Benjamin Il narratore

Ricordo di aver sentito una volta Mario Rigoni Stern definirsi apertamente “narratore” nel senso benjaminiano e, dopo aver letto Il Narratore (precedentemente in Angelus novus, ora pubblicato in solitaria con le note di Alessandro Baricco per Einaudi, super ET, pag. VIII+110, euro 9,00), mi rendo conto che pochi sembrano aver capito quella aperta dichiarazione d’inattualità che lo scrittore di Asiago faceva ai ragazzi delle scuole. Oggi probabilmente il narratore comunemente inteso è l’autore di testi televisivi, varietà o fiction. Proviamo a capire perché.

Il pretesto di questo scritto del 1936 è l’opera di Nikolaj Leskov, ma si tratta davvero di un pretesto, dell’imbeccata per le intuizioni della folgorante intelligenza critica benjaminiana. Egli scrive: «L’arte di narrare volge al tramonto perché vien meno il lato epico della verità, la saggezza». Si deve pensare a questo fatto come a «[…] un fenomeno concomitante di forze produttive storiche, secolari, che a poco a poco ha espulso la narrazione dall’ambito del discorso vivo e insieme fa percepire una nuova bellezza in ciò che svanisce».

Il narratore è colui che accoglie in sé l’esperienza e la trasforma in esperienza per il lettore. Ma il narratore è morto, secondo Walter Benjamin, e il suo pensiero è abbastanza lineare, per quanto “lineare” non sia certo l’aggettivo più indicato per descrivere la sua prosa. I romanzieri che costellano con i loro nomi il Novecento (citiamo i vari Joyce, Proust, Musil, Kafka, Svevo solo per fare cinque nomi di provenienza diversa e poi Flaubert per trovare dei precursori nel secolo precedente) hanno preso il posto dei narratori perché è venuta meno l’esperienza, le cui quotazioni sono scese fino a crollare per l’affermarsi di quella nuova forma di comunicazione costituitasi nell’informazione, la quale «ogni mattina ci informa delle novità di tutto il pianeta […] si consuma nell’istante della sua novità […] vive solo in quell’istante». Oggi infatti l’esperienza è qualcosa che si racconta in tv.

Cerchiamo però di ricapitolare i binari su cui corre la contrapposizione benjaminiana tra narratore e romanziere. Da un lato c’è il narratore, al quale si possono applicare categorie come epica, memoria, morale, artigianalità, catarsi, contatto con il mistero dell’esistenza del quale cerca di darci una sua versione, persino consigli di carattere pratico (ricordiamoci allora di Rigoni Stern, citato in apertura). Dall’altro lato il romanziere, nato dalle ceneri del narratore, vive in un tempo dove morale, epica e la facoltà di cui quest’ultima è al servizio, la memoria, sono crollate rendendo nulle (almeno per il testo letterario) le possibilità della narrazione. Il romanziere vive dunque un tempo di cui può solamente raccontare gli smarrimenti, gli sgomenti, la sfiducia, le nevrosi e l’angoscia. Ho semplificato anche troppo, ma questo ragionamento porta inevitabilmente a chiedersi cosa nascerà dalle ceneri del romanzo, visto che da più parti si instilla giustamente il dubbio sulla sua fine, morte o metamorfosi che sia.

La sociologia, così come le neuroscienze, forse parlerebbero di “specializzazione funzionale”. Oggi la narrazione ha preso sicuramente altre strade lontane dalla letteratura, il romanzo è costretto a ripensarsi, stavolta sotto le picconate delle mutazioni antropologiche portate da scienza e tecnologie e dall’impatto che queste hanno sulla memoria, la quale era centrale nelle considerazioni sullo statuto del narrare così come lo è oggi, e forse ancor di più, nei dibattiti sul romanzo e sul suo futuro. Se ci fosse in questi anni un’intelligenza critica che sapesse raccontarci come la memoria transita, mutando, dalla narrazione al romanzo e quindi alla “nuova” letteratura, grideremmo di aver trovato il nuovo Benjamin e penseremmo di aver trovato pure la nuova specializzazione funzionale della letteratura. Credo non piaccia parlare di “specializzazione funzionale” della letteratura, ma forse male non fa. Baricco non si candida certo a compiere questa impresa proibitiva. Le sue note, copiose e continue, sono il frutto di anni di riflessioni fatte su questo scritto assieme agli studenti della Scuola Holden. A stare a quel che che ci racconta, oggi sarebbe impossibile passare ore a commentare Il narratore con gli studenti. Personalmente avrei voluto vedere sviluppato di più questo punto.

Un pensiero riguardo “Benjamin Il narratore

  • 14 dicembre 2016 in 15:56
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    da Il libro breve

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