Recensioni di Christian Raimo

9788806216603_0_0_120_50fraLa forza del romanzo
L’articolo di Raimo sul romanzo di Franzen

opinioni
Mille ragioni più una per leggere Purity di Jonathan Franzen

Christian Raimo, giornalista e scrittore

Chip, Denise e Gary, ossia i fratelli Lambert, i protagonisti delle Correzioni di Jonathan Franzen, avevano tutti e tre una depressione latente e il bisogno – a quarant’anni ormai compiuti – di affrancarsi da due genitori autoritari ma ormai deboli e anziani. Libertà cominciava con un figlio adolescente dei coniugi Berglund che addirittura decideva di andare a vivere in pianta stabile dalla famiglia dei vicini pur di liberarsi dalla morsa che si nascondeva dietro l’apparente cortina di felicità dei suoi.
Ogni famiglia è molto infelice in un modo molto suo, e questo Franzen lo sa da Lev Tolstoj; ma per raccontarlo bisogna fidarsi di quello che diceva Sigmund Freud: nessuno è trasparente a se stesso.
Purity non è altro che la storia di un’altra famiglia, che all’inizio non sa nemmeno di esserlo; ed è probabilmente il libro migliore che potrete leggere quest’anno, nella traduzione esemplare di Silvia Pareschi. La qualità della scrittura di Jonathan Franzen è talmente indiscutibile, pagina alla mano, che anche recensirlo diventa un esercizio impegnativo, complicato dal confronto con il suo talento impressionante e ancora di più con la consapevolezza della sua ambizione.
Questi suoi ultimi tre romanzi, usciti nel nostro secolo (2001, 2009, 2015), non possono evitare di essere passati al vaglio di quella sfida alla letteratura contemporanea che Franzen lanciò, a se stesso prima che ai suoi colleghi, in un saggio del 1996 pubblicato in origine su Harper’s Magazine, Forse sognare: nell’era delle immagini, una ragione per scrivere romanzi (Einaudi).
Disorientato dalla sua crisi di mezz’età e da un paese come gli Stati Uniti già preda delle peggiori pulsioni fondamentaliste e neoliberiste, Franzen chiedeva un sostegno ai suoi numi, i grandi romanzieri, quelli ottocenteschi – Hermann Melville, Mark Twain – e a coloro che aveva considerato i suoi maestri, dalla Paula Fox di Desperate characters al William Gaddis delle Perizie, fino a trovare, proprio nelle ultime righe di Forse sognare, un anelito di speranza – sotto forma di profezia – racchiuso in una lettera ricevuta da Don DeLillo:
Il romanzo è qualunque cosa i romanzieri scrivano in un determinato periodo. Se fra quindici anni non staremo scrivendo il grande romanzo sociale, probabilmente vorrà dire che la nostra sensibilità sarà tanto cambiata da renderlo un lavoro meno impellente – e non che avremo smesso di scrivere perché il mercato si è esaurito. Lo scrittore conduce, non segue. La forza motrice risiede nella sua testa, non nel numero dei lettori. E se il romanzo sociale vivrà, ma a fatica, sopravvivendo nelle crepe e nei solchi della cultura, forse verrà preso più sul serio, come uno spettacolo in via di estinzione. Un contesto ridotto ma più intenso.
Il confronto che Franzen sentiva di perdere nel 1996 era quello con i non lettori, con un mondo che non credeva più nella letteratura, con l’egemonia della narrazione per immagini, o addirittura della non-narrazione dei media: quel flusso iperemotivo di informazione che nei due decenni seguenti Franzen non ha smesso di fustigare nei suoi interventi da polemista e in saggi come Il progetto Kraus, fino a costruirsi una fama da bacchettone.
Ma il moralismo che può infastidire un lettore che legga le sue sferzate sui mala tempora currunt, nei suoi romanzi sa risplendere di tutt’altra luce. E in Purity si incarna in una meravigliosa capacità di allestire una commedia umana come avrebbero potuto fare duecento anni fa Charles Dickens o Honoré de Balzac. Nessun grande scrittore, del resto, può evitare di essere anche un moralista.
Anche i protagonisti di Purity hanno tutti almeno una cosa in comune: non gli piace come va il mondo, lo vorrebbero rivoltare dalla testa ai piedi, purificarlo, ma poi sono loro stessi a essere i primi a sbagliare in continuazione, a comportarsi come dei disastri ambulanti, soggiogati da sensi di colpa e ansie da prestazione di cui nemmeno loro capiscono bene l’origine, in grado di produrre dolori a ogni passo senza rendersi conto delle loro responsabilità.
La prima di questi goffi idealisti è proprio colei che dà il titolo al romanzo, Purity, detta Pip, 22 anni, figlia brillante e nevrotica, di una donna single negli Stati Uniti suburbani, che l’ha cresciuta colmandola di un amore accudente ma pieno di buchi:
Non che le piacesse prendere in giro sua madre. Ma i loro rapporti erano inquinati dall’azzardo morale, un’utile espressione che Pip aveva imparato al corso di economia del college. Nel sistema economico di sua madre, lei era una banca troppo grande per poter fallire, un’impiegata troppo indispensabile per poter essere licenziata per cattiva condotta. Anche alcuni suoi amici di Oakland avevano genitori problematici, ma riuscivano comunque a parlarci tutti i giorni senza eccessive manifestazioni di stranezza, perché persino i più problematici avevano risorse che non si limitavano al loro unico discendente. Nel mondo di sua madre, invece, esisteva solo Pip.
E questa madre è capace di un amore esclusivo, ma incapace di finanziare la sua università – Pip ha un debito di 130mila dollari – e di rivelarle chi è il padre. Ce la farà Pip a sciogliere questo legame angosciante senza farle male?
Certo gli altri adulti che conosce non le danno una mano. Quando le fanno da figura genitoriale come capita alla coppia di giornalisti d’assalto composta da Tom e Leila, è perché entrambi ci trovano una compensazione a un loro trauma mai sviscerato. Se le offrono un lavoro – come faranno Annagret e Andreas Wolf – è perché vedono in lei una ragazzina da poter coinvolgere nel loro sistema narcisistico.
Il brutto è che i destini di Pip sembrano proprio legati a questi adulti qui, tanto brillanti da un punto di vista professionale, quanto rovinosi nella loro capacità relazionale. A loro sono legati anche i suoi destini narrativi: Franzen allestisce un romanzo in sei parti in cui solo la prima e l’ultima sono raccontate dal punto di vista di lei. Negli altri sono Andreas, Leila, Tom e di nuovo Andreas a reggere le fila della trama – Tom addirittura in prima persona, gli altri con un punto di vista a focalizzazione interna.
Un Grande fratello diffuso
Il moralismo dei protagonisti ha però anche un’altra traccia comune. Purity ha come protagonisti quattro giornalisti (compresa Pip), uno scrittore e un’artista. Tutti, l’abbiamo detto, vogliono dire la propria sul mondo, e raccontare la propria verità, e lo fanno sospesi dalla diabolica tentazione di poter controllare attraverso la propria narrazione le vite degli altri e l’angoscia di soccombere alla loro verità.
Il più egomaniaco è Andreas Wolf, “fuorilegge del web”, colpito da vari mandati di cattura internazionale, con cui Pip si trova ad avere a che fare quando un’altra strana attempata fricchettona con cui convive la raccomanda per uno stage proprio da lui, in una Bolivia che sembra un occulto paradiso terrestre.
Qui Wolf guida il Sunlight project – una specie di Wikileaks più cool – che non riesce a celare un sentore di distopia, nonostante l’apparenza rivoluzionaria di un gruppuscolo di giovani idealisti disposti a svelare tutto il marcio del pianeta. Ma un mondo senza segreti può essere la più terribile delle prigioni: un panopticon realizzato attraverso la tecnologia. E qui non è soltanto lo spirito della Silicon valley a essersi pervertito nel suo contrario, come poteva essere nel Cerchio di Dave Eggers.
Tecnicamente Purity è anche un manuale di scrittura, ogni pagina ha una costruzione raffinatissima
Franzen riesce a creare, attraverso la figura di Wolf, una specie di archeologia di questa nuova società della ipertrasparenza, un Grande fratello diffuso: il guru è infatti cresciuto nella Germania dell’Est, figlio di un funzionario importante della Stasi, ed è come se avesse imparato da lì il potere della parola che rivela i segreti. Nessuno vuole essere raccontato da qualcun altro, nessuno vuole che la propria vita sia in mano a qualcun altro.
Se il senso di colpa aveva creato le psiche fragili delle Correzioni, e l’ideologia della libertà sconfinata aveva creato un disastro educativo per un’intera generazione di ex ragazzi in Libertà, qui è l’idolo della trasparenza a mietere vittime. Se è tutto alla luce del sole, la verità sarà un pallido feticcio di se stessa, e i demoni rimarranno sepolti come segreti per decine di anni.
Franzen usa lo specifico del romanzo per rispondere all’attacco di una cultura come la nostra che riduce la società al suo fantasma, il social network, per provare invece a dire che proprio nella letteratura possiamo ritrovare un’educazione alla verità. Lo fa usando la narrativa per mostrare qualcosa che difficilmente il cinema o la tv possono permettersi: cosa vuol dire, anche in termini di conoscenza e di morale, il cambiamento del punto di vista.
Se lo consideriamo tecnicamente Purity è un manuale di scrittura, ogni pagina ha una costruzione raffinatissima che regge a sua volta una struttura drammaturgica di rara eleganza. Ma sono in particolare due le abilità letterarie che Franzen sa mettere al lavoro come quasi nessun altro scrittore: la padronanza della focalizzazione e i dialoghi. Per quanto riguarda la prima, in Purity non solo cambia punto di vista ogni capitolo, ma riesce a modulare la narrazione onnisciente che è in grado di rendere epiche non poche pagine del romanzo, con un uso magistrale della focalizzazione interna e quindi del discorso indiretto libero e del flusso di coscienza, da vero erede della tradizione modernista.
Il risultato è duplice. Da una parte che l’anima della natura penetra nella psiche dei personaggi come se ci fosse davvero un’armonia nella creazione:
La nebbia si riversava giù dalle colline di San Francisco come un liquido, e quasi lo era. In giornate migliori si spandeva sulla baia e conquistava Oakland strada dopo strada, una cosa che guardavi arrivare, un cambiamento che vedevi su di te, una stagione in movimento. Dove incontrava le sequoie, si trasformava nella più locale delle piogge. Dove trovava uno spazio aperto, il suo pallido passaggio etereo sembrava al contempo infinito e la fine di ogni cosa. Era una tristezza temporanea, ancora più bella per il fatto di essere triste, ancora più preziosa per il fatto di essere temporanea. Era la lenta canzone in tonalità minore che veniva scacciata dal rock and roll del sole. Pip si sentiva triste non solo temporaneamente, mentre risaliva la collina per andare al lavoro.
Dall’altra è nei dialoghi che finalmente questi punti di vista, ogni volta focalizzati diversamente, hanno un terreno neutro su cui scontrarsi, e lo fanno con una radicalità per cui ogni volta sembra veramente che sia il match finale (gli scambi febbrili tra amanti che s’innamorano e si lasciano – Tom e Anabel, Pip e Jason, Tom e Leila, Leila e Charles – sono una sorta di leit-motiv del libro). Franzen ha imparato dalla sagacia dei dialoghisti delle serie tv (vedi Aaron Sorkin) a trovare una mimesi della ritmica della lingua contemporanea, ma lo fa aggiungendoci un’intensità ottocentesca, per cui l’effetto alle volte è di sentire parlare un personaggio alla madame Bovary con l’intraprendenza di una Claire di Homeland.
Ma ci sono ancora altri doni che la scrittura di Franzen sa poter regalare, ed è bene leggere Purity anche con la matita accanto, segnare certe semplici immagini capaci di restituire la tridimensionalità del mondo attraverso un realismo sensoriale talmente acuto che qualche detrattore l’ha definito isterico: “Avevo in bocca il sapore metallico della spossatezza”. O rimanere stupiti dell’ingegno nel costruire i colpi di scena, nonostante la mole di informazioni che mette a disposizione del lettore.
Alle volte la letteratura, in fondo ci suggerisce Franzen, è proprio questo: mettere a fuoco diversamente quello che avevamo davanti. Quel carisma quasi miracoloso per le agnizioni. Per non spoilerarvi nulla della trama complicata del nuovo romanzo, vi faccio un esempio preso dalle Correzioni.
La storia tra la cuoca Denise Lambert e Robin, la moglie di Brian, proprietario del ristorante dove lei lavora, è un turbine passionale che si raggela all’improvviso. Nel momento in cui Denise deve passare a riconsegnare una cosa nella casa dove sappiamo si sono consumati decine di amplessi. A un certo punto accade questo:
Mentre si sdraiava sul letto matrimoniale disfatto, ricordò l’odore e il silenzio dei pomeriggi estivi a St. Jude, quando restava sola in casa e, per un paio d’ore, poteva fare tutte le stranezze che voleva. Si masturbò. Giacque sulle lenzuola scompigliate, con una striscia di sole che le cadeva sul petto. Fece il bis e si stiracchiò voluttuosamente. Passando la mano sotto un cuscino, si graffiò con l’angolo di stagnola di qualcosa che sembrava l’involucro di un preservativo. Era l’involucro di un preservativo. Strappato e vuoto. Denise si mise addirittura a singhiozzare, stringendosi la testa fra le mani, mentre immaginava l’atto penetrativo di cui quell’oggetto era la prova.
Denise si rende conto di qualcosa che noi lettori potevamo sapere ma che avevamo dimenticato: Robin e Brian continuavano a fare sesso. La passione irresistibile a cui avevamo creduto, risucchiati dal punto di vista di Denise, ora è illuminata da una verità incontrovertibile.
È chiaro che c’è una reale moltitudine di ragioni per leggere le 650 pagine del nuovo romanzo di Jonathan Franzen, ma ce n’è una più decisiva delle altre: Purity – cosa che sanno fare solo i grandi libri – è in grado di svelarci di punto in bianco qualcosa che era sotto i nostri occhi e che invece non conoscevamo.

 

2 pensieri riguardo “Recensioni di Christian Raimo

  • 22 dicembre 2016 in 14:15
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    I libri si possono acquistare su Amazon.it

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  • 22 dicembre 2016 in 14:34
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    Gore Vidal, facendo un bilancio della sua lunga vita di lettore — e di critico —, era solito dire che l’America aveva sì avuto, nel Novecento, molti bravi scrittori che avevano scritto molti bei libri. Ma che bastava paragonarli, per esempio, a Thomas Mann, per vedere come la loro statura venisse subito ridimensionata (giudizio non disinteressato, peraltro: Vidal, da ragazzo, poco dopo la guerra, aveva conosciuto Mann, e ne ricordava le parole di simpatia per il suo romanzo La statua di sale, il cui tema, l’omosessualità, aveva allora fatto scandalo).
    Quello di Vidal, ovviamente, è un test pericoloso: paragonare un autore a Mann, a Faulkner, a Joyce ci fa guardare con occhi diversi tanti scrittori del Novecento, non soltanto americani (una curiosità: tra i suoi contemporanei, Vidal pensava che il più grande di tutti fosse stato un italiano, l’amico Italo Calvino).
    Viene da pensare al «test di Vidal» sfogliando Purity (edito negli Usa da Farrar, Straus & Giroux), il nuovo romanzo di Jonathan Franzen che uscirà negli Stati Uniti il 1° settembre e che «la Lettura» ha letto in anteprima. C’è una caratteristica di Franzen che attraverso la sua narrativa — questo è il suo quinto romanzo — diventa via via sempre più evidente: la sua ambizione. Il terzo romanzo, nel 2001, Le correzioni (Einaudi) è stato quello del grande balzo in avanti — non soltanto in termini di fama, ma in termini di profondità dell’analisi e di bravura nell’esecuzione. Con Libertà, cinque anni fa (sempre Einaudi), un altro balzo in avanti — in quel libro Franzen parte da una storia familiare per raccontarci l’America del suo tempo. Purity, fin dalle prime pagine — non sono quelle anticipate dal «New Yorker» qualche settimana fa: la rivista ha pubblicato un estratto del secondo maxi-capitolo, non l’incipit —, fa capire al lettore che gli strumenti dell’autore vanno sempre più in profondità, raccontando il rapporto terribile della protagonista, Purity — una neolaureata che vive con un gruppo di squatter e lavora in un call center —, con la sua terribile madre (i genitori in questo libro umano ma spietato sono assenti, inutili, fuggitivi, litigiosi, agorafobici, di fatto psicopatici o peggio, e destinati a fare del male e a finire male: con l’unica madre decente che è in realtà una madre mancata, senza figli).
    È un libro che, tra le tante cose, racconta anche la costante e fatale delusione delle nostre necessità affettive di figli — siamo tutti come il povero Charlie Brown, tutti intenti a sperare che questa volta Lucy non sposti il pallone da football e ce lo lasci calciare lontano, come Charlie Brown siamo destinati a franare al suolo, schienati, ancora una volta. Purity è un libro sulla purezza come utopia, sulla sua impossibilità: più ne abbiamo bisogno e più lei si rivela distante, crudele, corrotta o menzognera — o tutte queste cose insieme.
    Franzen scopre le carte dickensiane senza timori reverenziali e trova per la sua Purity il soprannome «Pip», come il protagonista di Grandi speranze. Uno scrittore meno ambizioso e meno sicuro dei suoi (mostruosi) mezzi tecnici avrebbe evitato il riferimento, lui invece raddoppia mettendo in bocca a un romanziere frustrato e bloccato — letteralmente: è finito in sedia a rotelle dopo un incidente di moto — una battuta sarcastica sulle «grandi speranze» che nutre per Pip.
    A Franzen non è sfuggita la nascita di un neologismo creato dai colleghi — comprensibilmente invidiosi delle sue recensioni, delle sue vendite e della sua copertina di «Time» — la cosiddetta Franzenfreude, variante della Schadenfreude che indica il cattivo umore di chi apprende che a Franzen sono capitate cose belle. E allora, senza nessuna falsa modestia, mette in bocca al frustratissimo scrittore in sedia a rotelle un rude commento su Jonathan Safran Foer (al quale, per sfregio, storpia il nome) e una stoccata contro tutti gli scrittori americani di successo che si chiamano «Jonathan». Non ricordiamo un caso simile, almeno in anni recenti — uno scrittore di enorme successo che dà elegantemente, ma senza perifrasi, dei poveracci ai suoi colleghi antipatizzanti.
    Purity è un libro spietato. Franzen mette sotto la lente del suo microscopio i miliardari americani come i ragazzi di Occupy (molto intenti a straparlare di nuovi mondi impossibili), i tristi apparatchik della Ddr come i loro ambiguissimi oppositori: non è mai un bello spettacolo. I macro-capitoli non sono numerati ma hanno dei bei titoli ottocenteschi (tra i quali «Purity a Oakland», «La Repubblica del cattivo gusto», «L’assassino», «Arriva la pioggia») e attraverso di loro Franzen viaggia avanti e indietro nel tempo: dai giorni nostri, la California della povera (letteralmente: è sommersa dai debiti contratti per laurearsi) Pip, ecco la Germania Est del crepuscolo del comunismo, e poi il Sudamerica di oggi dove si è rifugiato Andreas Wolf (altro cognome dickensiano che più dickensiano non si può), una specie di via di mezzo tra Julian Assange e Edward Snowden, fondatore di una sorta di WikiLeaks basata sul culto della sua personalità (c’è da temere che queste pagine tech non piaceranno a qualche critico americano: Paese dove la divisione rigidissima e cieca tra generi letterari in «nobili» e «di consumo» fa a volte elogiare autori mediocri purché ombelicalissimi e ignorare maestri del noir e del thriller).
    Franzen ci porta anche in Texas, con una giornalista (Leila Helou, di origine libanese, stesso cognome del presidente libanese della Guerra dei sei giorni e degli infelicissimi Accordi del Cairo con l’Olp: continua il gioco al gatto e al topo di Franzen con lo spirito dickensiano del Natale passato) che insegue una testata nucleare sottratta da una base militare.
    Proprio questa parte del romanzo — è un libro dal plot ottimo e abbondante, che anche il più severo lettore affetto da Franzenfreude non potrà non ammirare almeno per la precisione con cui è stato progettato — ci richiama al tema della guerra fredda così ossessivamente presente nei flashback relativi alla Ddr e agli anni tedeschi del lupino Andreas Wolf, quando Purity-Cappuccetto Rosso non era ancora nata. La bomba atomica, per Saul Bellow, era una specie di minaccia vuota poiché «ne muoiono più di crepacuore»; Franzen ne libera una per Amarillo, Texas, con l’apocalisse sfiorata per gioco e sciatteria e avidità: tutto senza trasformarsi in un imitatore di Tom Clancy, ma affidandosi al plot con la tranquillità di chi ha imparato a raccontare storie in modo classico e sa che non esistono trame di serie B ma soltanto scrittori di serie B.
    Franzen ci racconta un mondo, quello attuale, più strettamente sorvegliato di quello della Ddr. Proprio nella rievocazione della Ddr, Franzen trova pagine bellissime, anche senza avere a disposizione un personaggio insopportabilmente travolgente come Pip (allora non era ancora nata), ma il meno memorabile Andreas. L’autore ci racconta la Ddr come un Leviatano con l’artrosi che, pur destinato a rapida scomparsa, continua a spiare le vite degli altri cercando di puntellare l’utopia del Comunismo — qui l’ammirazione del germanista Franzen per lo spirito tedesco traspare con una certa amara allegria — come un ingegnere edile ostinato a fare il suo dovere fino in fondo. A dispetto dei materiali scadenti a disposizione, del terremoto in arrivo, e della logica stessa.
    Franzen non inanella pezzi di bravura perché il pezzo di bravura è il libro nel suo insieme, nella sua architettura inizialmente bizzarra che diventa di pagina in pagina, di macro-capitolo in macro-capitolo, sempre più chiara, affascinante, luminosa.
    In attesa dell’agnizione — immancabile in un romanzo in cui la protagonista cerca suo padre: oggi sembra uno stratagemma da soap opera ma ne parlava Aristotele nella Poetica — il quinto romanzo di Jonathan Franzen attraversa sei decenni, sorvola i continenti, si traveste da thriller, da poliziesco, da saggio di tecnologia e da romanzo d’appendice. E solo Franzen, oggi, poteva scrivere le pagine finali di Purity: nelle quali ritorna la preoccupazione centrale de Le correzioni e di Libertà, il tema che all’autore — umanista sotto mentite, gelide spoglie — sta più a cuore: non tanto la necessità di perdonare i nostri genitori ma l’indispensabilità, per l’igiene della nostra anima e la nostra salute mentale, di saper andare oltre. Oltre i loro limiti, oltre la loro involontaria crudeltà. Un romanzo nel quale una ragazza impiega quasi seicento pagine a ritrovare suo padre e riportarlo da sua madre finisce con la scoperta che «le persone che le avevano lasciato in eredità un mondo in frantumi si stavano dicendo — gridando — cose terribili».
    Dopo Le correzioni e Libertà Franzen non è più interessato a raccontare — o a processare — soltanto l’America: ora racconta, e processa, tutti noi.
    Matteo Persivale

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