IL CALICE E IL MELOGRANO (il primo capitolo)

IL CALICE E IL MELOGRANO

di Manlio Talamo

IL MELOGRANO

CREPUSCOLO NAPOLETANO

Il vicolo scende rapido verso via Toledo, da dove si sentono provenire note e voci degli artisti di strada. L’acciottolato è irregolare,  il cammino pericoloso sul basalto reso scivoloso  dall’intensa umidità di quella giornata.

Un ragazzo dall’aria severa, fermo alla confluenza dei vicoli  nella piazzetta, è il guardiano attento, sentinella che scruta ogni passante per capire se possa trattarsi di un nemico del suo capo che si nasconde in uno dei “bassi” lì vicino, pronto a dar l’allarme o a intervenire non appena possa scorgere un qualche sconosciuto dall’aria sospetta, o anche un incauto motociclista coperto dal casco (“Altolà, chi si’, fate vedè, pecché t’annascuonne”).

Voci provenienti non si sa da dove si intersecano in dialoghi intensi, in richiami, in avvertimenti o semplicemente in suoni e nenie e canti a volte continui, a volte interrotti, sospesi per qualche misteriosa attesa.

Il vicolo è semideserto e con  le prime ombre del crepuscolo le porte si aprono all’imminente probabile, desiderato, calare dell’afa, restituendo  libertà al muoversi dei corpi tra le case con i muri che restituiscono il calore accumulato durante il giorno.

In piena attività è solo Maria, che si è concessa un ampio ventaglio che fa ondeggiare con forza sul viso, sul seno e sulle braccia nude, davanti al suo “basso” (uno dei numerosi “terranei non adibiti ad abitazione”), dove ha costruito un terrazzino con una ringhiera civettuola in ferro battuto. Sta preparando le pizze fritte. Un ampio pentolone di olio oramai nero per le numerose fritture è stato sistemato al centro del terrazzino, su un fornello alimentato da una bombola di gas metano.

“Tenimmo cche fà ampresso, signò”, mi saluta con un ampio sorriso, quasi a giustificarsi, “ma l’olio deve essere pronto comme ‘a gente iesce e vo’ magna’ ‘e pizze.

“ ‘A marenda pe’ piccirille e pure pe’ gruosse… ha! ha!”, conclude ridendo alla sua stessa battuta.

“ ‘A fatica è fatica”.

“È ‘o vero, signò, so’ tiempe brutte e ce avimmo arrangià, ca sinnò non traseno sorde, dobbiamo faticare, comme sempe avimme fatto, ccà, rinto a sto vico, da na vita. Pure  mamma mia faceva ‘o stesso mestiere. Essa venneva pure e sigarette, ma mò e sigarette so fernute e io tengo solo chesta attività”.

“Clienti ce ne stanno?”

“Ringrazianno a Maronna ‘e l’Arco, nun ce lamentammo. Le pizze mie so’ bòne. Si aspettate nu’ poco ve pigliate a primma ca iesce”.

“Grazie Marì, magari un’altra volta”.

Continuo il mio cammino ancora con lo sguardo rivolto alla sua padella, preoccupato per quell’olio nero che si va riscaldando.

“Girate ll’uocchie, dottò, stateve accorto ‘a saettella, c’è un tombino in mezzo alla strada che si muove”.

“Grazie, Marì, arrivederci”.

“Statteve bbuono dottò, e arricurdateve che a San Guseppe facimme ‘e zeppole, chelle fritte”.

“Non mancherò, buona giornata”

Un odore intenso si spande per il vicolo: un richiamo per i sensi, una coltre unta e pesante che ricopre ogni preoccupazione igienica.

Abito ai “Quartieri” da molti anni, al quarto piano di un palazzo di fronte a quello dove aveva soggiornato Leopardi, ospite del suo amico napoletano Ranieri.

Dalla finestra del mio soggiorno si resta abbagliati dalla vista del golfo di Napoli e ogni volta che rientro a casa mi vengono in mente queste parole: “ccà ‘a bellezza te ferisce ll’uocchie e ll’anema, ‘o core e ‘o cuorpo”, una giusta ricompensa per le fatiche che quell’abitazione comporta: strette le strade, quasi impossibile anche una breve sosta con l’auto per scaricare la spesa, insomma, un’organizzazione complessa. Ma sempre agevolato dai vicini, soprattutto dalle donne sedute fuori dai “bassi”. che la prima volta che mi videro arrivare, mi chiesero se ero andato ad abitare lì, e alla mia risposta affermativa, mi rassicurarono: ”Allora siete dei nostri, non vi preoccupate, la spesa mettetela qui, ve la guardiamo noi, andate a mettere la macchina a posto”.

Fin dentro casa arrivano le voci arcane, misteriose dei vicoli.

Mi sono anche abituato a discernere i colpi di mortaretto da quelli a volte sparati dalle pistole, spesso in breve sequenza per poi lasciare al silenzio la comprensione di ciò che può essere accaduto. Una volta ho sentito una serie di colpi, di tono diverso, evidentemente due pistole, proprio nel mio vicolo. Mi ero affacciato al balcone e avevo visto un corpo disteso immobile a terra. Non rimase solo per molto tempo, perché immediatamente, come formiche che accorrono sulla carogna di un uccello, decine di persone dai vicoli circostanti erano accorse sul luogo dove giaceva l’uomo, che venne così sottratto alla mia vista. Poi, dopo pochi istanti, lo portarono via, immaginai in ospedale. Ma non dové andare così perché il giorno dopo, sul giornale locale non c’era alcuna notizia di quello che avevo visto.

D’estate, nelle ore di maggior caldo, dalla tarda mattinata ad avanzato pomeriggio, i Quartieri sono deserti, salvo ‘e cumparielle, le sentinelle dei boss, ma sempre si odono melodie di voci e suoni, e acciottolio di piatti e posate, dalle finestre e dagli usci dei bassi, aperti a quel po’ di movimento d’aria che da la sensazione, l’illusione di un po’ di fresco.

Mi sorpassa con il suo carrettino un venditore di angurie rosse, tagliate a metà, o a fette pronte per essere mangiate, ricoperte da un sottile strato di ghiaccio frantumato.

“Teneno ‘o ffuoco d’ ‘o Vesuvio ‘a dinta, sti mellune! Il fuoco del Vesuvio, dottò, ne vulite una bella fetta rossa ghiacciata?”

“Grazie, non ora, grazie Salvatore e arrivederci”.

Il suo richiamo sonoro riecheggia in tutti i vicoli dei Quartieri,  un reticolo di vicoli che da Toledo lungo i fianchi della collina raggiungono  la città alta. Hanno mille anime fin da quando, nel Cinquecento, il viceré don Pedro di Toledo, stabilì che la città doveva espandersi fuori delle antiche mura aragonesi e arrampicarsi sulla collina per acquartierare lì i suoi soldati. In fondo, su via Toledo sopra via Chiaia e verso Monte di Dio, mostrano una natura aristocratica più spiccata. La zona attorno a Sant’Anna di Palazzo è a ridosso della Piazza che ora si chiama Piazza del Plebiscito, su cui s’affaccia il Palazzo Reale. Largo di Palazzo o Foro Regio: «polo decisionale e centro della vita cortigiana», poi Foro Gioacchino, era una piazza d’armi per le parate e il breve percorso per la carrozza e il seguito del re per raggiungere, di fronte, la chiesa di San Francesco che chiude la piazza.

Chi voleva o doveva frequentare i sovrani, i viceré, costruiva tutto qui intorno lussuosi palazzi. Artigiani e commercianti aprivano i loro negozi o i laboratori. E nei “bassi” il popolo, i lazzari.

Più che altrove, convivevano aristocrazia e plebe. Miseria e nobiltà.

Sul mio tragitto incontro spesso un vecchio ultraottantenne, seduto sulla sua sedia davanti al “basso”, nella mia stessa strada, appena esco per scendere verso Toledo.

Lo saluto, qualche volta mi fermo a scambiare qualche parola.

Si chiama Felice, ma già dal giorno del primo incontro, mi aveva detto di chiamarlo familiarmente Feliciello. Acconsentii, senza mancare però di far precedere il suo nome da un rispettoso “don”.

Una volta che tossiva molto e io mi ero fermato davanti a lui preoccupato, mi sorrise e mi disse che teneva i polmoni “azzeccati” a causa del carcere. Pochi mesi, disse, ma l’umidità e i maltrattamenti gli avevano rovinato i polmoni.

In un’altra occasione, lo vidi, sempre lì seduto, con il volto tumefatto e ferite e lividi anche sulle mani.

“Ma don Feliciello, che v’è successo?”

“Stavo assettato accà, come sempre, dottò, e m’è venuto ncuollo nu motociclista. Andava forte, come Austino ‘o pazzo. M’ha sbattuto a terra ma non se n’è fujuto, s’è fermato e ha chiamato il 118. ‘na brava persona”.

A Napoli quando si vede qualcuno correre in moto, si dice: “Me pare Austino ‘o pazzo” (Agostino il pazzo). Nell’estate del 1970, dal 23 al 26 agosto (e le chiamarono le Quattro giornate di Napoli!) un diciottenne, scendendo con la moto le scale dei vicoli dei Quartieri, trasformò le strade di Napoli in una pista da gran premio in sella alla sua Gilera 125 leggermente truccata. Era stato soprannominato “Austino ‘O Pazzo“, Agostino, in onore di Giacomo Agostini campione del Motomondiale dell’epoca e ‘o pazzo per le sue sfide notturne.

Sgommava ad ogni curva, evitava i posti di blocco, correva come su una pista, con volteggi ed evoluzioni da stuntman.

Un pubblico numeroso ogni sera lo attendeva applaudendolo.

Poi non si fece vedere più, per evitare di essere arrestato dai numerosi vigili che oramai stazionavano lì ogni sera.

Ma ai vigili urbani si erano poi aggiunti più di settecento poliziotti e carabinieri in divisa antisommossa con manganelli, caschi e scudi, per fronteggiare la gente del quartiere che reagiva, perché privata del divertimento notturno, con sassi e bottiglie.

Don Feliciello mi aveva anche raccontato, in uno dei  nostri brevi incontri, un episodio divertente che lo vedeva coinvolto in tutta la sua ingenua irruenza, quell’irruenza che lo aveva portato più volte in carcere.

“Sapite, dottò, una volta ho accompagnato mio nipote  all’ufficio di collocamento, quello vecchio che stava nella ex caserma Bixio di via Marina. Aveva fatto tutte le carte e le doveva consegnare. C’accustammo quando fu il nostro turno allo sportello e consegnammo le carte a un impiegato ca manco ci guardava dint’all’uocchie. Tutto bene, ricette… disse, voi nun sapite o’ napulitano… è ‘o vero dottò? Ma mi capite lo stesso. Io gli dissi, e allora quando lo date un posto di lavoro a mio nipote? L’impiegato alzò gli occhi, mi guardò e con un sorrisetto ca mi pareva che chillo mi voleva abbabbià, insomma, mi voleva imbrogliare, e disse  che loro non davano posti di lavoro, ma scrivevano solo quelli che lo cercavano. Io mi sentivo affucà, ma rimasi calmo e gli feci vedere il cartello dove c’era scritto Ufficio di collocamento. Leggete, gli dissi. E allora dove collocate mio nipote?   S’incazzò! Jatevenne! Allora aizai ‘o bastone e stavo per acciderlo ‘e mazzate. Ma mio nipote intervenne e mi portò fuori”.

E sì, perché proprio questa irruenza l’ aveva portato più volte in carcere.

“Dottò”, mi disse dopo qualche mese che ci eravamo conosciuti, “oramai siamo amici e ve lo posso dire. Sapete, io so’ stato sette anni in carcere, e no solo qualche mese. Non  continuamente, ma ho avuto sette condanne per sette tentati omicidi. Ero na capa scarfata, una testa calda, subito reagivo per qualsiasi cosa e spesso col coltello. Ma mo’ sono diventato calmo”.

“’O ssapite”, riprese, “ccà ce sta a zandraglia… e quando qualcuno faceva lo scostumato, non ci stavo a pensare due volte”.

La “zandraglia” è la gente volgare, chiassosa, aggressiva, sottoproletariato affamato. Come molte parole napoletane la sua origine viene da una di quelle lingue dei conquistatori di Napoli, francesi, spagnoli, svevi, aragonesi, normanni. Durante la dominazione francese del XIV secolo, quando al termine dei grandiosi pranzi e cene del sovrano, il suo ciambellano aveva l’incarico di raccogliere i resti del cibo, portarli sulle torri del Maschio Angioino e buttarli di sotto, nel fossato del castello, i servitori avvisavano la massa in attesa che stavano arrivando i resti dei banchetti, urlando: “attention, les entrailles”. Attenti, arrivano gli avanzi.

Nel fossato il popolo affamato – intere famiglie .  era lì accalcato  alla ricerca tra i rifiuti di qualcosa da mangiare. Voci, urla, litigi, a volte qualche coltello che guadagnava più spazio al suo possessore. Il popolo in attesa faceva eco al richiamo dei servi, gridando a sua volta LE ZANDRAGLIE, LE ZANDRAGLIE!, e si attribuivano questo nome. Loro che attendevano rumorosamente nella bolgia della fame, tra il chiasso e i beceri richiami.

Da via Nuova Santa Maria Ognibene proseguo per vico Noce e poi giro a sinistra in via Francesco Girardi, attraverso l’incrocio con il vico Lungo Teatro Nuovo e quello di via Speranzella. Un luogo di ricordi, quando con un  gruppo di compagni prendemmo una sede in quella strada, un appartamento che nessuno voleva affittare perché da poco c’era stato proprio tra quelle pareti un atroce delitto: una donna uccisa e fatta a pezzi. Il fitto era molto basso e quell’appartamento diventò la sede del comitato di quartiere dei lavoranti a domicilio, di quegli operai, che nelle loro case facevano di tutto, dai vestiti, alle scarpe, alle borse… ma questa è un’altra storia. La fabbrica all’aperto non esiste più. Dopo il terremoto del 23 novembre del 1980 i quartieri sono diventati dominio esclusivo della camorra.

Ho terminato la mia discesa, alle mie spalle i Quartieri.

Mi incammino per la luminosa e rumorosa, sonora, via Toledo.

Il lamento oramai lontano dei vicoli si spegne e si disperde nel crepuscolo della città.

Ma resta una voce, quel pianto di un Cardillo nascosto che la Ortese ascoltò: è un Cardillo che non tace mai.

(segue)

3 pensieri riguardo “IL CALICE E IL MELOGRANO (il primo capitolo)

    • 4 giugno 2017 in 13:54
      Permalink

      Grazie mille. Se avessi una persona che mi aiuta, farei ancora meglio. Qualche consiglio, un po’ di correzioni,gioverebbero al sito.
      Io ho letto tanto, ma una mano pratica e veloce, mi aiuterebbe.

      Risposta
  • 16 novembre 2017 in 5:34
    Permalink

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