IL CAPUANO (stralci)

IL CAPUANO

Pier delle Vigne: l’azione scellerata

di Manlio Talamo

il capuano

PROLOGO

Pier delle Vigne. Capua 1210

Lungo il Volturno

“È piacevole, calma le mie ansie passeggiare con voi. Con te, piccolo Jacopo, venuto qui con i tuoi amabili genitori dalla tua lontana Sicilia, dalla tua accogliente residenza di Lentini, per incontrarmi e salutarmi, le nostre famiglie essendo legate da antica amicizia; e con te, Tommaso di Sasso, anche tu da quella stessa isola felice, dove i nostri cuori e le nostre menti si incontreranno di nuovo, in un prossimo futuro, e dove splenderà la luce della bontà, delle arti e della saggezza di Federico”.

Pier delle Vigne, completati i suoi studi in diritto all’Università di Bologna, si accingeva, appena ventenne, a lasciare la sua città natale, Capua, per iniziare la sua carriera alla corte di Federico II.

Conversava passeggiando lungo le rive del fiume Volturno che attraversava la città, in quella tiepida primavera capuana, e osservava l’arrivo di folaghe e germani reali e svassi intenti laboriosamente alle nuove nidificazioni.

Stormi di aironi bianchi disegnavano il cielo delle loro acrobazie, per precipitare a volte alcuni di loro, nelle acque del fiume, riemergendone con pesci guizzanti,  cavedani e trote, nutrimento per sé e i loro piccoli in attesa nei nidi e vocianti.

Nel camminare, fece uno scarto sulla sua sinistra per evitare di tagliare la via ad una pericolosa biscia d’acqua, mentre un ramarro, gracchiando, saltava al di là della siepe.

Dirette verso la foce o dal mare provenienti, lente imbarcazioni risalivano o scendevano lungo il corso di quelle acque che, come il Nilo, con le sue cicliche piene, nutrivano o soffocavano le sponde e le  terre circostanti.

–           È così, Pier – rispose Tommaso – sono qui per riabbracciarti, dopo aver partecipato alle Assise di Capua, non potevo mancare a questo primo e straordinario appuntamento con il nostro Imperatore. Principe di Capua. La sua saggezza, nonostante la sua giovane età, essendo nostro coetaneo,  ha già felicemente dettato le nuove leggi regolatrici tra la corona e i feudatari, reintegrando alla corona ogni diritto regio confiscato negli anni passati dagli stessi feudatari.

“Ma io – interloquì il piccolo Jacopo – volevo ascoltare da Pier le sue esperienze e le sue avventure bolognesi, perché anche io, tra pochi anni sarò studente di quella Università”.

“Sì, Jacopo – riprese a parlare Pier – alcune cose te le racconterò, ma di altre… be’, quelle della mia vita di studente, non potrò fartene cenno, troppo premature essendo per la tua giovanissima età. Ne farai esperienza tu stesso e solo allora potremo scambiarci i nostri ricordi, quando per te saranno ancora il presente, e per me indulgente memoria”.

E sorrise agli amici, arricciando il  naso e stirando le labbra larghe e sensuali, dal bel disegno.

Tommaso, anch’egli di recente licenza dagli studi, si rivolse a Jacopo:

“Conoscerai anche tu, nella città di Bologna, quella Università così unica e nuova nella sua concezione e realizzazione, sopravvissuta al crollo del suo fondatore e protettore, Federico I il Barbarossa. Lo sai che alla sua morte il Comune aveva cercato di riprenderne il controllo? Ma le libere societates organizzate dagli studenti  si opposero e resistettero alle invadenze comunali. Più di duemila studenti contava l’Università, tutti impegnati nelle mille difficoltà delle dispute politiche.

“Sarai anche tu – intervenne Pier – allievo del giurista Odofredo, mio indimenticato maestro”.

“Ma – tentò di insistere con fanciullesca maliziosità Jacopo, mentre guardava un po’ impaurito le acque preda delle correnti in tortuosi ravvolgimenti – devo esser preparato da voi, che mi avete preceduto,  alla vita dello studente, di temporaneo cittadino di Bologna, dei suoi complessi affari e dove la mia ingenuità di isolano dovrà mantenersi a galla, come queste folaghe che non temono correnti e mulinelli”.

Scostò quindi, per trovare un comodo passaggio, le folte canne di palude, stupito e ammirato degli alti ed eleganti pioppi, mentre in lontananza si intravedevano boschi di salici rossi.

Visioni e profezie.

“Passeggiavo – iniziò Pier a raccontare, ignorando le richieste del fanciullo – all’imbrunire, lungo il fiume e mi ero addentrato tra i salici che costeggiano le rive. D’un tratto, e il sole era già sulla linea del mare, metà del suo disco rosso già oltre e nuvole rosa correvano nel cielo d’un grigio-celeste, mi parve d’essere entrato in un bosco dall’aspetto insolito”.

(Sono gli olivi di Gerusalemme, sul far della sera, mi dissi).

“Una visione?” – chiese Tommaso.

“Mi sembrò lo scenario nel quale l’Anticristo e i suoi accoliti si manifestarono in visione alla tedesca Ildegonda, pellegrina in Terrasanta. Ricordo che mi fu raccontato che la donna veniva avanti recitando salmi insieme ad altri devoti lungo un viale, quando si vide comparire davanti tre uomini, due dei quali avvolti in ampi mantelli rossi e il terzo adorno di preziosi paramenti sacerdotali”.

“Ricordo anch’io – intervenne Tommaso – la leggenda dice che non passavano inosservati, oltre che per il loro aspetto vistoso, perché lasciavano orme infuocate, dalle quali si levavano vapori di fumo. Ricordo anche le prime parole che essi si scambiarono: «Chi siete?», domandò Ildegonda, ed essi, avvicinatisi, la fissarono…”.

“Se sai come usarli, gli occhi, possono tutto” – lo interruppe Pier delle Vigne.

“…rivelando – proseguì Tommaso – la loro identità. «Io sono Pietro», disse quello che indossava paramenti sacri. «Io sono l’antipietro», disse il secondo. «Io sono l’anticristo», disse il terzo, che camminava in mezzo ai due”.

“Al gruppo che io vidi – continuò il racconto di Pier – si aggiunse un’altra figura. Aveva al posto della testa uno splendore abbagliante, e al centro del ventre una testa di uomo barbuto, grigio di capelli, e artigli di leone ai piedi. La

sorreggevano sei ali vorticanti: due risalivano fino a congiungersi al di sopra dello splendore, due ricadevano sulla nuca, due scendevano giù per l’anca fino ai talloni. Si alzavano e si distendevano come per prendere il volo. Il corpo di quell’essere non era coperto di piume ma di squame, come un pesce. Le ali erano adorne di specchi”.

“Continua – lo sollecitò Jacopo, spaventato e incuriosito – che cosa avvenne poi? Correvi pericolo?

Vedi – e la voce di Pier tremava – mi disse quest’uomo, tu sei già morto, perciò non potrai più morire. Tu sei una tesserina del grande mosaico che verrà ripresa ogni qualvolta si farà un mosaico nuovo. Gli chiesi cosa intendesse”.

“Ti rispose?” – chiese ansioso Jacopo tremante, quasi fosse stato egli stesso testimone delle visioni.

“Ricordati che il tuo braccio dovrà abbattere un leone costruttore di ponti” – mi disse.

E così rispondendo, lo sguardo di Pier delle Vigne sembrava seguisse un’invisibile destino. I suoi compagni lo sollecitarono a maggior chiarezza, ad essere esplicito su tutte le circostanze dell’apparizione.

“Ma egli scomparve – rispose Pier – dissolvendosi nell’oscurità incombente, seguendo le altre figure che mi avevano paralizzato, lì, nel mio cammino”.

“Un leone… – ripeté sotto voce Tommaso – costruttore di ponte… ma sì, pontifex, un Papa di nome Leone, ma, se ricordo la profezia di Malachia, non vi è, nei prossimi anni a venire, alcun Papa che assumerà il nome di Leone, ma Malachia prevede in questo secolo un Papa che egli chiamerà con l’appellativo di “Leo sabinus”… altro non so”.

“E il mio braccio dovrà colpire così in alto? Non oserei mai! La visione – riprese Pier – mi terrorizzò, ma a distogliermi e a metterla in fuga vidi una figura il cui volto e i piedi rilucevano di un tale splendore che i miei occhi ne erano accecati. Sulla veste di seta bianca recava un mantello verde magnificamente ornato di gemme. Alle orecchie, pendevano gioielli, aveva anelli al braccio e monili di oro fino tempestati di pietre…”.

“La Madre del Cristo?” – chiese Jacopo.

“C’è il sole che comanda – intervenne profetico Tommaso –  e c’é per ognuno un raggio che arriva, come una forbice, per tagliare il filo che imprigiona come un’enorme ragnatela”.

“Che cosa intendi?” – chiese a sua volta Pier.

“È la commedia senza fine – riprese ancor più oscuro Tommaso, i suoi occhi rivolti ad un tempo, ad un luogo lontani – é la ruota che macina tutto per ridare tutto: la vita che parla come un uomo sarà, un fatto che sconvolgerà le genti”.

“Il tuo parlare si fa nebbioso. Che cosa intendi dire?” – lo incalzò Pier”.

Ma non ebbe alcuna risposta, Tommaso tacque e, con il capo chinato, si apprestò ad ascoltare il seguito del racconto.

“Mentre, dopo essere rincasato – Pier obbedì quindi al tacito sollecito dell’amico – mi trovavo nella mia stanza, confortato dall’aver adempiuto alle mie devozioni, meditavo su questa voce. Allora dentro di me sentii ancora una voce che mi disse: Quando tutto sembrerà perduto sorgerà per te la grande vittoria e la grande tragedia. Vivrai nel tempo delle grandi confusioni, ma ti sarà faro e guida quel puer di cui diverrai servitore e amico. Non ti perderai d’animo dinanzi alle difficoltà. Sarai coraggioso e timorato, candido e astuto. Amato figlio, concluse la Signora, avanti senza timore. Deposita la tua fiducia nel Signore e nei suoi comandi. Quando tutto sembrerà perduto sorgerà vera grande gioia”.

“Quando sarò più grande e istruito, saprò darti io la risposta ai tuoi misteriosi interrogativi” – concluse così Jacopo la discussione, avviandosi verso casa, essendo ormai calate fitte tenebre.

(…)

L’invettiva

Le piazze delle Erbe e delle Frutta, che si aprono al centro di Padova, mantengono tuttora quell’aspetto commerciale, per cui furono create nel Medioevo e sono tra le più pittoresche d’Italia.

Esse formano un’unica grande area, divisa longitudinalmente dal palazzo della Ragione che le domina con la sua mole e le caratterizza.

Il palazzo, detto popolarmente il Salone, fu eretto nel 1218 e fu rinnovato nelle forme attuali nel 1306 da Frà Giovanni degli Eremitani. E’ uno dei monumenti più tipici di Padova, l’espressione più viva del suo periodo comunale e quasi il suo emblema.

Con la caratteristica copertura a carena, che lo rende simile ad una grossa nave rovesciata, con le agili arcate su esili colonnine delle logge, con i bassi portici terreni che aggiungono più intense zone d’ombra, il palazzo inserisce nell’ambiente popolare dei mercati una singolare nota di nobiltà e gentilezza

La città medioevale, nel suo realismo e idealismo, sapeva porre i segni della propria civile dignità, affidandoli all’arte, anche sui luoghi destinati alle necessità pratiche, e in questo caso alle più umili, giornaliere e popolaresche.

Il mercato dilaga all’aperto con le bancarelle che coprono entrambe le piazze.

Grida di venditori, accalcarsi di acquirenti, vagare di sfaccendati, giochi di ragazzi e voli di colombi creano quell’animazione, quel brusio, quell’atmosfera che fanno d’ogni mercato in ogni città la manifestazione più viva e genuina dell’anima del popolo.

Le stesse voci, forse, che dalle finestre chiuse arrivavano, attenuate e sorde, come sottofondo di allegro contrasto alla conversazione concitata che si stava svolgendo nelle stanze del Palazzo Comunale.

Qui discuteva Pier delle Vigne, il Capuano, con il suo viso largo, la sua barba folta e incolta, le sue grosse labbra meridionali.

Oggi, in questo caldo aprile del 1239, l’ira di Pier delle Vigne per la recente scomunica di Gregorio IX a Federico II, coinvolge il piccolo gruppo dei suoi interlocutori: dignitari di corte, ma soprattutto giuristi provenienti dalle università eccellenti d’Europa, convocati a Palazzo, per dare una risposta dura e definitiva al Papa.

Le labbra grosse contratte e strette dall’ira, sul collo taurino le vene pulsanti,  il naso rincagnato, “socratico”, dal dorso concavo e la punta del naso rivolta in su come annusasse il nemico, gli occhi grandi rotondi e scuri.

Lo sguardo inquisitorio impediva repliche ai costernati convenuti repliche o dubbi.

Avvolte al di sopra dei gomiti, per lasciar spazio al vorticoso gesticolare delle mani, le maniche ampie della tunica in seta, stretta in vita da una preziosa cintura (il bliaut), che ricopriva la tunica interna (la chainse di lino, anch’essa d’importazione francese); sulla spalla destra, il mantello rettangolare: tutto, nel portamento, nell’abbigliamento distingueva Pier come uomo di corte e il suo potere accordatogli dal sovrano.

Il fascino di Pier delle Vigne, così difficile a dirsi.

Il prete impuro

La mano di Pier – serrata a pugno – si abbatteva frequente sul lungo tavolo attorno al quale era raccolta la commissione, a sottolineare con enfasi e rabbia le sue parole, da lui stesso successivamente annotate con cura:

“Sì – iniziai – come Ovidio, io dico che se è giusto sopportare con pazienza la sofferenza che si è meritata, grande e insopportabile amarezza produce al contrario la punizione imposta senza giustizia”.

Assentirono silenziosi i miei timorosi interlocutori, soprattutto timorosi gli estranei di non compromettersi alla corte di Federico; desiderosi, al contrario, i dignitari, di comprendere la mia volontà e assecondarla.

“Qui, oggi – continuai – dovremo scrivere la risposta del nostro imperatore a quel prete impuro che siede sul trono di Roma”.

“Non dovremmo – interloquì un giurista, che aveva avvertito un’eloquente vertigine di apprensione nell’udire le forti parole usate contro il Papa – usare la necessaria e dovuta prudenza? La lettera di Federico dovrà essere indirizzata ai governanti europei, e dovremo saper usare un linguaggio esplicito, certo, ma moderato nelle espressioni verbali. Forse evitando la crudezza dettata dall’ira”.

Tacqui. Ma lentamente, trovandomi di spalle a colui che aveva parlato, girai la testa, fissando lo sguardo solo  sulle labbra che avevano osato consigliare prudenza.

Ripresi con voce pacata, dolce e suadente, quasi volessi far capire ad uno scolaro di tarda intelligenza, il vero e compiuto significato delle sue parole.

“Vedi, mio dotto amico, quel giudice iniquo, quel profeta cieco è un incendio che divampa e brucerà travolgendo e incenerendo non solo Federico, se non lo fermiamo. Dovranno capirlo i governanti europei, che dopo Federico sarà il loro turno di cadere sotto il giogo del prete impuro, perché il piano di Gregorio è vasto, perché egli vuole riportare sotto la potestà Papale quella dei signori d’occidente. E quando un incendio divampa a noi vicino, dovete affrettarvi, diremo ai governanti d’Europa, a inondare d’acqua anche la vostra stessa casa”.

“Sì – intervenne un dignitario – ora è il momento di intervenire contro Gregorio, prima che egli distrugga Federico. Ora è il momento adatto, ora che non dispone di molte armi, se non l’invettiva di cui è maestro. Ora, perché non tutti i cardinali della curia romana credono in lui, perché è isolato dagli alleati lombardi, perché gli sono ostili il senato e il popolo romano e gli stessi sovrani d’Europa sono stufi delle sue chiacchiere”.

“Potremo ancora sopportare – si udì la voce di un altro cortigiano – che Gregorio definisca il nostro imperatore come precursore dell’Anticristo”?

Fu da qui un susseguirsi di voci indignate:

“Pantera, lupo travestito da agnello, uno scorpione, così il Papa parla di Federico!”

“ … e anche eretico, che si è preso gioco del dogma dell’Immacolata Concezione!”

“…immorale, sodomita, mostruoso leviatano a sembianza di pantera con le zampe di un orso, vomitante oscenità da una bocca leonina!”

“…disertore del cristianesimo!

“…che ha depredato la Chiesa dei suoi privilegi e dei suoi possedimenti!”

Le  voci divennero più forti, si sovrastarono, divennero coro.

Ascoltavo in silenzio, assentendo ad ogni affermazione che dimostrava l’indegnità e le falsità del Vicario di Cristo; ascoltavano i giuristi in silenzio, non osando più raccomandare moderazione.

Guardai uno per uno i convenuti, con sguardo quasi sorridente: un sorriso d’intesa ai miei dignitari, un sorriso di compiacimento agli esperti venuti da fuori. A loro mi rivolsi, acquietando, con un leggero gesto della mano, le voci, i rossori, i gesti dell’indignazione.

“Noi scriveremo, Federico scriverà, una lettera ai sovrani d’Europa. Perché Federico risponderà a questi nuovi farisei riuniti in conclave, sbigottiti per i suoi trionfi e timorosi che una vittoria completa sui Lombardi potrebbe dar la forza di estirpare tutta la loro malsana genìa.”

Tacqui di nuovo, quasi in attesa di qualche voce ancora incerta; ma il silenzio fu la prima ed eloquente risposta a queste mie prime parole: il silenzio e l’attesa.

Né io la delusi, mentre l’esaltazione faceva brillare gli occhi degli astanti.

“Il nostro nemico – conclusi – il Papa, perché con queste parole eccita la sua Corte e i suoi alleati: Attacchiamo il nemico, che le nostre lingue e le nostre frecce non siano più nascoste; che vengano estratte per colpire; colpire così da ferire; ch’egli sia ferito così che cada; che cada così da non potersi risollevare, in modo che appaia la vuotezza del suo sogno, il sogno blasfemo di cancellare il primato della Chiesa.”

Così, i novelli farisei radunati in conclave, così Gregorio e la sua corte vennero efficacemente, con poche parole, disegnati nella loro ansia di distruzione del saggio imperatore.

“La nostra risposta – continuai – liquiderà con una risata l’ingiuria, l’accusa mossa a Federico di essere un eretico, perché è impostore proprio colui che ha scagliato l’accusa. È il suo comportamento invece che è contrario ai precetti cristiani.”

Anche i giuristi assentirono, nel frenetico applauso dei cortigiani.

“Può un Papato – chiesi retoricamente – assolutamente privo di umiltà coprire di ingiurie Federico? Non dovrebbe la diocesi di Pietro ritornare alla povertà originaria lasciando i compiti del campo di battaglia al nostro principe della pace? Io non voglio – Federico non vuole – sostituire il potere imperiale a quello ecclesiastico. Essi possono coesistere senza venire in contrasto, come il sole non è di ostacolo alla luna. L’imperatore conferma e proclama la propria devozione ai principi del cattolicesimo, difensore della fede contro qualsiasi impostore che ne reclama l’illegittimo esclusivo possesso; contro i falsi profeti, su qualunque trono essi siedano, da qualsiasi pulpito essi proclamino le loro falsità, lancino le loro ingiurie e le loro scomuniche.”

Ansante, Pier delle Vigne tacque, e il silenzio commosso che lo accolse fu la conferma dell’unanime consenso.

(…)

EPILOGO

L’AZIONE SCELLERATA. 1249

(…)

Il primo sogno. Premonizione notturna.

Notte. Le prime gocce di pioggia. Vento. Mi occorre un riparo. Ma non so dove mi trovo. Una montagna sassosa, con grotte e caverne. I miei vestiti leggeri stanno aderendo, bagnati, alla pelle. Ho freddo. Tremo anche per il timore di non sapere. Non so dove sono, non so se qualche pericolo imminente mi minacci. Non so da dove sono arrivato fin qui. E perché. Cammino impaurito, tremante, infreddolito, con gli occhi nel buio a cercare un rifugio, un riparo, un masso a cui addossarmi, un cespuglio nel quale ripararmi, una luce lontana, una voce, un richiamo. Da quanto tempo son qui? Da quanto tempo vado avanti, cambiando ogni tanto direzione: ora più su, ora scendendo, ora costeggiando il fianco della montagna? So solo che le ginocchia e i piedi e i fianchi mi dolgono. Lo sguardo puntato in avanti cammino, mi inerpico, incespico, cado sulle ginocchia che ora sono sbucciate e bruciano. Mi sembra una via crucis ma non c’è un samaritano che mi soccorra, al quale affidarmi, appoggiare le mie braccia sulle sue spalle, essere sorretto, confortato, rassicurato. Le mie mani sulla roccia mi guidano nel cammino. Appoggiate alla roccia ne sentono le asperità umide, i radi cespugli, cogliendo nel sonno insetti ignoti. Avverto un vuoto. La roccia si ferma, si apre, c’è un incavo buio. Nel quale potermi riparare, nel quale potermi rifugiare fino a quando il mattino mi indicherà la strada?

Entro: un lungo percorso tortuoso si vede appena. Mi ricorda l’antro della Sibilla che s’apre sul lago d’Averno. Anche lì un corridoio di tufo friabile, gocce rade che cadono dalla volta scavata, e in fondo il buio, il buio nel quale mi confondo nel continuare ad andare, cammino guidato dalle pareti su cui scorrono le mie mani attente, più avanti, più avanti, tortuoso percorso. Forse pochi minuti, forse un’ora, forse… (forse di più, molto di più?), ho camminato guidandomi con le mani oramai intrise di terra bagnata.

Già, ricordo.  Camminai fino a quando una luce lontana… Una speranza? Una minaccia? Ma che importa.

Odo una voce che chiama, afona, intravvedo una mano che s’agita e invita e chiede soccorso.

Accelero il mio  cammino, mi avvicino alla luce, finché vedo il corridoio di terra e di pietra che s’allarga in una caverna, no, non una caverna, ma una sala dalle pareti regolari, levigate da strumenti umani.

Un altare là in fondo? Un rialzo del pavimento, forse. Non un altare: me lo ha fatto immaginare la mia paura, l’ignoto del luogo, la presenza umana. Sì, la presenza umana, non solo le tracce degli scalpellini, ma anche…anche… che cosa?

Lì, sul ripiano in rialzo come un basso e rudimentale altare, un corpo, disteso lì, proprio lì. Un corpo nudo ricoperto solo da uno scialle di cotone. Un corpo ancora vivo. Respira. Un lento respiro, la bocca socchiusa, le palpebre appena abbassate da cui s’indovina il luccicare degli occhi, che lenti s’aprono su di me.

Un fanciullo? Un fanciullo ferito, morente forse. Ch’io lo aiuti? Vuole da me soccorso? Sono vicino a lui, gli sollevo la testa: nel palmo della mia mano i suoi capelli bagnati. Dolce contatto. Ora anche i nostri sguardi si incontrano.

– Tu sei qui?, gli dico, perché qui? Perché così?

– Sono qui per te, perché tu venissi da me: sarei morto, altrimenti, sarei morto e il mio corpo sarebbe stato assorbito da questa terra, scendendo a distanze che tu non avresti potuto colmare. Ma ora sei qui.

 È Federico il fanciullo che attende salvezza, in questo sogno che Pier delle Vigne descrive, accorato e premonitore?

(…)

L’Uccello Rapace.

“La scorsa notte mi sono svegliato sudando. Tremavo. La mia camera non era come al solito, mi sembrava che il materasso ondeggiasse e vidi molti oggetti che erano stato spostati. Ero sconvolto e non capivo: era un altro sogno nel sogno?”

“E quindi? Racconta!”

“Era una notte buia e tempestosa!”

“Ma guarda!”

“Be’, nel mio sogno era davvero così, subito dopo il crepuscolo, una sera d’estate, alle nove di sera. In quella città, Capua, che mi aveva visto nascere, deserta a quell’ora. Pioveva e da lontano si udivano tuoni, tutto buio e chiuso, porte sbarrate e nessuna luce alle finestre, solo la luce della mia fiaccola, resa incerta dalle folate di vento che spazzavano la piazza. Venivo dalle Torri, ero là, nella piazza della cattedrale, che anch’essa doveva essere oramai chiusa, dopo le funzioni della sera, vigilia del santo patrono, particolarmente elaborate, alla presenza del vescovo e del capitolo della cattedrale, con canti e incenso, paramenti solenni e l’ostensione del Santissimo Sacramento…”.

“Ricordo un altro tuo sogno, quello in cui ti addentravi nell’antro della Sibilla, sul Lago d’Averno, ingresso agli Inferi, e anche qui un corridoio lungo e buio e in fondo una grotta”.

“Sì il sogno del fanciullo morente…”-

“… che tu riportasti in vita, che attendeva te, la tua mano protettrice”.

“Sì, e son sicuro che questo sogno mi indica la strada, forse crudele, della salvezza del mio Imperatore”.

“…?”

“Venivo dal fiume sulle cui sponde spesso mi fermavo a meditare, e mi ero addentrato nella città, avvicinandomi all’antica cattedrale. La chiesa era già chiusa, ma una porta laterale era ancora aperta, forse il sacrestano era intento agli ultimi preparativi della festa, era aperta quella porta che conduceva alla navata di sinistra e alla cappella che custodiva il tabernacolo dell’Ostia consacrata, illuminata dalla fiammella di una lampada ad olio”.

“Sembra quasi, ascoltando il racconto di entrambi i sogni, che insieme indichino un cammino di nascita, di morte, di rinascita. Molti letterati del mondo antico greco e romano hanno pensato al sogno, ai suoi significati, e cercato di capirne le tracce, i significati.  Ti ricordo che Lucrezio, nel IV libro del De rerum natura, aveva cercato di interpretare “scientificamente” la natura delle sensazioni corporee, con la teoria dei “simulacra rerum”. Che cosa si nasconde nel tuo sogno?”

“Ti ricordo le parole di Omero, quando nella sua Odissea dice che “degli aerei sogni / son due le porte, una di corno e l’altra / d’avorio. Dall’avorio escono i falsi, / e fantasmi con sé fallaci e vani/portano: i veri dal polito corno, / e questi mai l’uom non scorge indarno”. Ma io non invano ho scorto”.

“Continua, ti prego”.

“Entrai nella chiesa per assaporare nel buio il forte odore di incenso”

“Odore d’incenso. Il profumo nei sogni… nei sogni si elaborano immagini, sentimenti, emozioni, intuizioni come nel mondo diurno, nei sogni ci sono livelli di comprensione più accessibili al sognatore, ed altri che si rifanno a ricordi troppo profondi”.

“E io ebbi accesso al significato del mio sogno sull’uccello rapace. Mi incamminai lungo la navata, ricostruita, come tutta la chiesa, abbandonata per molti anni al decadere nel tempo. Rifatti, piuttosto approssimativamente, gli archi e le colonne e i capitelli preesistenti. Sulle panche rivolte verso l’altare maggiore erano incisi i nomi delle famiglie illustri e generose della città… forse la mia Capua. In fondo, sulla sinistra, la porta della sacrestia, dove l’arciprete confessava noi ragazzi, un vecchio prete dalle orecchie grandi ma oramai quasi sorde. Povero vecchio prete, che facevamo soffrire nel servirgli messa, centellinando con avarizia il vino che versavamo dall’ampolla nel calice teso a raccoglierlo per la consacrazione”.

“Il Vecchio, la guida, il tuo confessore, assennato e saggio, che dà consigli”.

“È vero. Ma erano, a volte, confessioni tumultuose, quando il vecchio prete, a sentir ripetere, da noi ragazzi, sempre lo stesso peccato, si infuriava minacciando ad alta voce che non avrebbe dato più assoluzioni”.

“eh… eh… eh…”-

“Camminavo attratto dalla fiammella della lampada ad olio nella cappella di lato, salii i due scalini e mi inginocchiai su quello stesso inginocchiatoio dal quale anni prima recitavo il rosario in latino con le poche vecchine che frequentavano le funzioni dell’imbrunire”.

(Anni prima…, pensai, ed era da anni che non frequentavo, se non per i miei impegni ufficiali, una chiesa, ma lì c’erano tanti miei ricordi d’infanzia, la schola cantorum di cui ero voce solista, e me stesso a servire le messe quotidiane e quelle solenni celebrate da tre sacerdoti…  ma sempre dentro di me il ricordo tenero di quella strana imitazione del latino delle vecchine recitanti le preghiere e le litanie del rosario, di cui dicevo ad alta voce i misteri).

“Entrai nella cappella e ne sentii di nuovo il fascino nella quasi tenebra e una commozione per non so cosa, irragionevole forse, ma una strana mescolanza di nostalgia, di odori d’incenso, di paura, di smarrimento”.

“Ecco, paura e smarrimento: puer smarrito e impaurito”.

“Non capivo perché paura e smarrimento, fino a quando sentii un forte fremito d’ali, incombente, e alzai gli occhi verso il soffitto di cui appena si intravedevano le decorazioni di una ingenua natività, e vidi…”.

“Che cosa vedesti? Finora hai sognato tombe, acque profonde, muri, oscurità e abisso. Ora, il passato. I luoghi della tua infanzia”.

“Vidi un uccello, enorme, con le ali spiegate, appena frementi per dar modo al corpo di mantenersi fermo al di sotto del soffitto, quasi sfiorandomi i capelli. Nonostante il buio, lo riconobbi, riconobbi quel Papa appena eletto, quel Celestino IV vecchio e cadente, e mi appariva insolitamente energico e minaccioso, il “milanese”, quel Goffredo, il nipote di Urbano III, l’uomo la cui vita s’era  tutta incancrenita nella diplomazia della Chiesa. Mi guardava con quei suoi occhi piccoli e chiari, dal colore celeste dei popoli nordici, e quel becco… no quel naso che mi appariva come un becco. E gli occhi che liberavano uno sguardo di odio. Forse pronto a lacerarmi? Fu una visione di pochi secondi, poi scomparve innalzandosi, il rapace, nel buio dell’alto soffitto”.

“La premonizione di una minaccia incombente”.

“Sì, ma nel sogno ebbi paura, uscii di corsa tremante e incredulo”.

“Cosa, di così nuovo, insolito, spaventoso e minaccioso hai poi, riflettendo, tratto dal tuo sogno?”

“L’uccello rapace, con le sue piume colorate degli stessi colori dei paramenti che Goffredo indossava uscito Papa dal Conclave, determinato a completare presto la criminale volontà del suo predecessore, l’opera di Gregorio, la sconfitta, l’annullamento, la scomparsa di Federico”.

“Pensi che questo fosse l’ammonimento del sogno?”

– Sì, ed agii senza indugi, determinato anche ad azioni omicide per la salvezza del mio Federico.

All’amico Terrisio

 Dalla mia casa in Capua – Il giorno 3 dicembre dell’A.D. 1248

Pier delle Vigne saluta e abbraccia l’antico amico e maestro Terrisio d’Atina.

Io, Pier, scrivo oggi a te, magister Terrisio. Ti scrivo non come discepolo, ma come fratello e figlio. Fratello nelle vicende che ci hanno per lunghi anni accomunato, figlio per la pietà e il perdono che da te invoco.

Non il figlio, Nicola, che la natura ti concesse e di cui la stessa natura ti derubò il 21 dicembre di  quell’annus horibilis  di cui v’è commosso ricordo nel necrologio  dei fratelli del convento di Montecassino. Ma il figlio che, così profondamente amandolo, educasti e guidasti nel pericoloso mondo della corte di Federico.

Tu, maestro di retorica, eccelso esponente della Scuola Napoletana, nominato all’insegnamento da quel padre comune, Federico, alla cui corte per oltre un decennio fosti saggio consigliere.

La tua saggezza, invoco, oggi, per la salvezza del nostro padre comune, per l‘imperatore costantemente minacciato dalle serpi che s’annidano in Roma. Invoco te che esultasti per le vittorie di Federico; invoco te, che sapevi smascherare foschi magistrati e avvocati intenti al male dell’Impero.

Ricordo te, profondo e sensibile conoscitore del versificare nel tuo carme in lode dell’imperatore Federico, quella tua sapiente bipartizione: dapprima le lodi e l’esaltazione di Federico e poi l’acre satira sottile anticuriale, rivolta contro i funzionari venali e rapaci della corte imperiale.

Sai anche tu di complotti e minacce, e sai con quanto zelo e dedizione mi sono dedicato alla cura del nostro Imperatore.

Fosti tu indagatore e rivelatore della congiura di Capaccio, quella congiura di un gruppo di stretti collaboratori di Federico II che tentò (e qui mi trema la mano e la penna) di sopprimere il sovrano; fu la tua attenta e intelligente indagine che consentì la scoperta del complotto, la fuga dei traditori nei castelli di Sala e di Capaccio, dove furono condannati a quelle morti atroci che gli furono per giustizia inflitte.

Forse anch’io – ma per opposti motivi – seguirò sorte analoga.

Ma non voglio nulla anticipare.

Desidero soffermarmi ancora un po’ sui dolci ricordi degli anni trascorsi accanto a te e dei nostri lavori comuni, come quando fummo investiti dai magistri scolae di un litigio sorto a proposito della supremazia tra nobiltà di stirpe e nobiltà d’animo. Litigio di saggia esercitazione, conflitto tra il difensore della priorità della nobiltà di stirpe e il sostenitore della superiorità della nobiltà d’animo.

Così, ci riferirono della diatriba, ricordi?

“In scolis nostris iocoso quodam incidente litigio de nobilitate generis ed animi probitate facta est contentio”.

E essa veniva affidata al nostro giudizio, a noi: viris elegantissimis, magni Cesaris domesticis, sensu et morbus predotatis”.

E con rinnovato divertimento ricordo le lamentele che ci furono rivolte da Alessandra e Papiana, carnalium voluptatum cathedratice magistre che si dolevano del fatto che gli studenti, per poter seguire le lezioni di filosofia e grammatica, non potevano più pagare le loro lezioni notturne. Ricordi la nostra risposta? Si concludeva con l’ovvia affermazione che “non in una sede morantur philosophia et luxuria”.

Ma voglio ora raccontarti le vicende che mi hanno indotto a laceranti riflessioni e  ad azione estrema nella difesa dell’incolumità del mio Imperatore.

“Tiranno!”, così il Papa accusava Federico.

Ma come poteva quel prete che sedeva in Roma chiamare tiranno il mio Imperatore?

Ricordo una sera, con commensali amici, intelligenti e acuti osservatori delle cose politiche. Eravamo in attesa della cena e iniziammo una delle tante conversazioni che amavamo fare mangiando insieme e bevendo. Ma quella sera, la mia irritazione, rinnovata rabbia e odio verso il Papa, era stata la replica di un’accusa, quella d’essere un tiranno, rivolta a Federico.

“Hai ragione, Pier, nell’uso corrente il termine tiranno possiede un forte potere evocativo e suscita l’idea di un governo sanguinario e violento” – disse uno di loro.

“… come non è quello di Federico” – replicai.

“Lo sai bene, amico mio, che l’accusa di tirannia attesta un uso polemico del termine, finalizzato a criticare un nemico politico e ad indicare la malvagità del governante al potere”-.

“Abuso del potere” – conclusi.

Questa, Taddeo, è la lotta che contrappose e contrappone Federico al Papa. Che oppone tutti noi della Corte imperiale all’ipocrita conventicola della Corte Papale.

In tutto questo secolo la Curia romana di fronte alle riforme del regnum messe in atto da Federico II non ha mai esitato a definire tirannia il governo dell’imperatore svevo per la radicale riforma del sistema dei poteri vigenti e tradizionali. L’accusa non  riguarda certo un qualsiasi modo violento di esercitare il potere, ma indica qualcosa di più.

“Una stirpe di tiranni”, così è stata definita la stirpe di Federico e le accuse rivolte a Federico lo accomunano ai suoi avi e coinvolgono i suoi discendenti.

Ricordai a tutti i commensali quel che circa un secolo prima era capitato al normanno Ruggero II, nonno di Federico e re di Sicilia.

Ruggero aveva preso le parti dell’antipapa Anacleto II e si era schierato contro l’altro contendente al soglio pontificio, Innocenzo II, costretto a fuggire da Roma. La reazione di Innocenzo e della Chiesa non si fece attendere. E gravi erano le accuse a Ruggero: che avrebbe usurpato i diritti della chiesa; che la Sicilia era un territorio di cui Ruggero si è appropriato senza diritto.

E aggiunsi, riprendendo la conversazione con i miei commensali:

“Noi non vogliamo più sottostare all’unico potere del Papa, non vogliamo più acconsentire a quell’ordine politico che vede nella chiesa il suo cardine, secondo la teoria delle due spade per cui tanto il potere temporale quanto quello spirituale apparterrebbero al Papa, rappresentante di Dio in terra”.

“Ma è il Papa – mi replicarono, – che, incoronandolo, delega all’imperatore la spada temporale, purché si attenga alle indicazioni della chiesa”.

“Noi veniamo da una storia di orgoglio imperiale” – affermai con forza.

Ripercorsi le critiche e le durissime accuse rivolte al re di Sicilia, le vicende storiche, le sconfitte di Papa Innocenzo II e degli avversari locali di Ruggero, il pontefice fatto prigioniero, la sua resa e l’accordo con il re normanno, che venne riconosciuto sovrano dell’Italia meridionale.

“Ruggero – conclusi – era chiamato tiranno perché aveva reclamato i diritti imperiali e fu causa della rottura di un iniquo ordine politico”.

Ricordo anche il nonno paterno di Federico II, l’imperatore Federico Barbarossa. Anch’egli era stato accusato di tirannia. Lunga fu la controversia contro i comuni dell’Italia Centro-settentrionale e con il Papa. Fu allora che la cancelleria pontificia fece uso di tutto l’armamentario ideologico disponibile. Federico I si opponeva a Papa Alessandro III sostenendo il suo avversario, Vittore IV. Ho sentito di quel tale Giovanni di Salisbury che non ha esitato a chiamare tiranno l’imperatore. Egli sostiene che Federico da principe è divenuto tiranno. E da imperatore cattolico… scismatico ed eretico!.

Sì, eresia e tirannia sono tutt’uno nelle accuse rivolte al “nemico” della chiesa.

Io so bene che l’accusa di tirannia non è rara nelle vicende politiche e si lega all’idea di una violazione della legge divina, ma anche di un ordine politico-sacrale del mondo.

Ma allora dovrai condividere con me, amico, fratello, padre, che la costruzione di un nuovo stato che rimette in discussione prerogative, diritti, privilegi, viene ad arte e ingiustamente denunciata come espressione di un’attitudine tirannica!

Gregorio è morto.

Il suo successore è morto. Un Papa anziano, un Papa di passaggio, ma che nel breve tempo che gli avrebbe consentito la sua età, avrebbe potuto, con maggiore libertà, senza preoccupazioni del proprio futuro e fortemente sostenuto dall’ostilità senza rimedio verso Federico, agire contro di lui con ineguagliabile violenza e determinazione, con il fine della divisione dell’impero, della distruzione della stirpe di Federico.

Io l’ho impedito, subito, senza esitazioni, senza pietà. Versai io stesso, entrando con l’aiuto di un eccelso personaggio il cui nome non posso rivelare per il giuramento che ci lega,  nelle segrete stanze di Celestino, il veleno nel suo cibo, perché fosse il suo ultimo pasto su questa terra, che avrebbe così ignorato il suo passaggio ed evitato la sua perniciosa e feroce presenza sul soglio papale

Raccomando a te, magister, questo mio segreto e imploro da te, padre, il perdono.

(seguito e conclusione)

 

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