Ritratto di Wallander

Si tratta solo di una recensione,che riassume perfettamente la descrizione dell’autore. Così mi ero immaginata Wallander, così, con le sue luci e ombre, l’ho amato.

Ritratto di Wallander

Ci vuole un po’ per affezionarsi al personaggio di Kurt Wallander (Kenneth Branagh), i cui episodi sono riproposti ora su LaEffe, due sere la settimana. Scandinavo, nell’aspetto, nei ritmi, nei tempi, nelle espressioni.
Noi siamo abituati al fare sanguigno di Salvo Montalbano, alle sue nuotate vigorose di fronte casa, al suo amore per la buona cucina. Lo stesso amore del commissario storico, Maigret, che mangia lentamente cibi semplici e genuini davanti alla Senna, così come Montalbano gusta il pesce saporito davanti al mare. Non parliamo poi di Pepe Carvalho, gourmet per antonomasia, molto prima che la cucina diventasse così tanto di moda come in questi anni.
Wallander invece si nutre di pizza e cibo frettoloso, anche dopo la scoperta del diabete; il più delle volte non c’è donna a condividere i pasti con lui, né a dividerne il letto. All’inizio della seconda serie non lo vede neppure il suo letto, ma viene svegliato dal cellulare sempre mentre dorme sulla poltrona, in posture deleterie per la sua salute. E’ un uomo di mezz’età, dovrebbe riguardarsi. Ha l’aria stazzonata come nessun commissario finora, nonostante Fred Vargas con il suo Adamsberg ci ha abituati, anche lei, ad un ispettore parecchio sgualcito, disordinato, trasognato. In realtà Jean-Baptiste Adamsberg e Kurt Wallander sono contemporanei in letteratura, si muovono tutti e due negli anni Novanta, ma in Italia gli episodi tratti dalla Vargas non sono ancora stati trasmessi, purtroppo.
Non amano le armi, ma lavorano seguendo i percorsi della mente, le trame interiori che interagiscono spesso con i casi da risolvere. Il poliziotto parigino lo fa con la sua propria svagatezza, da cui il soprannome “lo spalatore di nuvole”; Wallander col suo carattere ombroso, introverso, a volte esageratamente cupo. Con lui siamo nella parte più meridionale, più periferica, della Svezia, nella città portuale di Ystad, in Scania. E’ lì che il suo autore, Henning Mankell, ha voluto confinarlo, in un posto dai paesaggi belli, sereni, ma in una vita di provincia che sembra amplificare la sua solitudine. C’è tanta luce che si posa sui capelli di Kenneth Branagh facendoceli sembrare a volte biondi, a volte grigi; le riprese luminose prevalgono, e tanto, su quelle buie, ma non illudiamoci.
Dominano comunque le ombre della società, e di ombre è intriso il personaggio. Sono tutte impresse sul suo viso, nei suoi silenzi, nell’incapacità di sorridere fino in fondo. Non a caso I romanzi dell’inquietudine svedese è il sottotitolo che Mankell ha dato alle sue storie, a conferma di quanto queste narrazioni del nord siano tenebrose (Mankell, scomparso qualche mese fa, era genero di Bergman: non sarà un dettaglio) . I delitti con cui deve fare i conti Wallander sono efferatissimi, e lui non può, non vuole farci l’abitudine. Rimprovera i colleghi quando si concedono momenti di gioco, perché il male profondo non ammette distrazioni, né la consuetudine del mestiere.
E sembra quasi che il male lo perseguiti, impedendogli di trattenere per sé un po’ di tranquillità e di condividerla con gli altri. L’episodio del 12 gennaio, Un evento in autunno, inizia finalmente con un Wallander accasato. Sta insieme a Vania, la donna incontrata durante la soluzione del caso precedente, con il figlio di lei, e il cane, in una bella casa svedese, immersa nella natura. Non ci pare vero di vederlo finalmente sorridere quando posa lo sguardo sulla sua nuova famiglia. Ma ecco che, proprio nel giardino di casa sua, viene trovato lo scheletro di una ragazza. Vania dice: “E’ una coincidenza”, ma lui risponde che non esiste il caso nella vita di un poliziotto, solo la logica. Altre due giovani donne muoiono in questa storia e la collega di Kurt, aggredita violentemente, entra in coma. Ora i sensi di colpa non si misurano più.
Ma i sensi di colpa, in realtà, la fanno sempre da padroni nella sua vita, come fosse il personaggio di una tragedia greca perseguitato dalle Erinni fino alla morte. E’ stato lontano dal lavoro addirittura sei mesi, ed era uno straccio, per aver ucciso un assassino, razzista, che per di più gli puntava la pistola addosso. L’avevamo detto: è strano questo Wallander per noi italiani!
Eppure, gli elementi di vicinanza a Montalbano non sono pochi (dal bisogno di solitudine all’immersione nel lavoro, dal conflitto con la figura paterna –Salvo e Kurt sono rimasti presto orfani di madre – alla malinconia). Solo che Wallander vive tutto con una sensibilità più profonda, esasperata, nella sofferenza di chi sente ogni ferita come sua, ogni violenza come qualcosa di cui farsi carico. Verrebbe voglia di aiutarlo a volte, come fosse un nostro amico, tra quelli che sanno ascoltare gli altri, ma non loro stessi. Verrebbe voglia di aiutare Vania che gli consiglia la terapia, o suo padre che gli raccomanda di fermarsi un po’, di non attraversare le cose come fa, senza mai rallentare.
Assistiamo anche ad una seduta di Kurt e Vania dalla psicologa, ma lui afferma che proprio no, che si può togliere finché si vuole, sfogliare (e fa proprio il gesto con le mani) ma si arriverà ad un nucleo del carattere che nessuna terapia potrà modificare. Ci dispiace, Kurt Wallander, ma non siamo d’accordo. La terapia non si prefigge di cambiare il carattere (soprattutto a cinquant’anni); ma di renderci consapevoli del nostro, conoscerlo, accettarlo e solo dopo modificare quei comportamenti che ci rendono difficile la vita.
Forse se fosse stato più collaborativo, lui e Vania sarebbero rimasti insieme (nella puntata successiva, senza commenti, semplicemente lei e il figlio non ci sono più; è rimasto il cane).
Ma è parecchio tardi ormai, non solo perché Kenneth Mankell non c’è più, ma perché già nel 2009, dopo aver venduto quaranta milioni di copie con le storie di Kurt, ha pubblicato L’uomo inquieto, dove lo fa ammalare di Alzheimer e lo lascia al suo triste destino. Gli anni, forse dieci, forse di più, che gli rimangono da vivere, sono i suoi, i suoi e di Linda, i suoi e di Klara e di nessun altro. Anche se lo lascia in compagnia della figlia Linda e della nipotina, l’autore, bisogna dirlo, avrebbe potuto essere molto più generoso con il suo personaggio che gli ha dato tanto. Non condannandolo al buio della mente, proprio lui che voleva sempre essere razionale, e non alleggerendogli la vita, si immagina, troppo tardi e solo grazie all’inconsapevolezza.
Margherita Fratantonio
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perfetto ritratto di un personaggio
perfetto ritratto di un personaggio

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