Il Narratore di W.Benjamin

Il volumetto è breve e intenso, si direbbe che la sua concisa pregnanza sia apparecchiata per offrire al lettore l’agio di riempire alcuni spazi, non vuoti, ma solo segnati nei margini. È un vizio antico quello di usare la saggezza di un testo per vederci meglio nelle situazioni che abbiamo di fronte. Per una dissoluta consuetudine lo faccio anch’io. Benjamin scrive Il narratore quando il nazismo ha già dato fuoco al palazzo del Reichstag e quando “la notte dei lunghi coltelli” ha ormai veduto il buio più nero. Era la crisi: prima ancora che politica, morale. Col suo lume, il filosofo di Berlino cercava “il giusto”. E il giusto era colui che sapeva, con profonda saviezza e buon consiglio; e mentre fuori la tempesta infuriava, “il fascismo” – qui inteso come espressione ideologica equivalente al nazismo – “vedeva la propria salvezza nel consentire alle masse di esprimersi (non di vedere riconosciuti i proprio diritti)” e “tendeva conseguentemente a una estetizzazione della vita politica” (così nella Postilla conclusiva all’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica; mette un gran battito di tamburo al cuore a pensare di poter fare un parallelismo col tempo presente): l’esistenza ridotta a esibizione e l’arte, sua schiava, in mano agli esteti o agli esaltati (l’esempio che faceva Benjamin era quello di Marinetti).

Qualcosa, forse molto, suona contemporaneo. Per cominciare, è fuori di dubbio che stiamo vivendo una crisi. Una crisi morale ed estetica. Si dà la colpa al Postmoderno che ruppe gli schemi del modernismo e contaminò, mescolò, corruppe i canoni. Lo dice il quasi quarantenne docente del Christ’s College di Cambridge, Edward Docx (“Addio Postmoderno” su «La Repubblica» del 3 settembre scorso), annunciando la morte del movimento teorizzato da Lyotard e l’avvento di un’era nuova, quella dell’Autenticità. E forse è vero. Ché il Postmoderno, con le sue contaminazioni, ha finito per mettere in difficoltà anche i critici più fini, cosicché “pochi si sono sentiti sicuri o esperti a sufficienza da riuscire a distinguere la spazzatura da ciò che non lo è”: da qui è nata una foga nella ricerca dell’autentico, del veritiero, del puro. E sarà pure un’esigenza morale. Forse meno divertente, forse molto più contegnosa. L’ironia verrà magari bandita. Eppure è un fatto che il contegno ironico, che dava corpo alla “condizione postmoderna”, fatica a resistere, perché il sorriso, l’ironia sussiste quando si ha una certa coscienza delle cose, del passato, della stratificazione storica. Ho l’impressione che, al contrario, oggi, tutto questo venga meno, che si vada in direzione opposta, nell’inconscio recupero di modalità percettive più vicine all’istinto (lo diceva pure Sartori in Homo videns), prive del tesoro accumulato attraverso l’esperienza (e, a questo proposito, Scurati ha parlato di “letteratura dell’inesperienza”).

Da tutto ciò vengono fuori narrazioni nuove e tuttavia sfocate. Non vorrei che “autenticità” finisse per coincidere con “improvvisazione” dilettantistica. In questa direzione penso siano da interpretare i moniti di Gabriele Pedullà (di cui ho detto nella mia precedente recensione al romanzo di Cazzullo) che vuole veder ricomparire, nelle righe scritte, ‘lo stile’ perduto. Forse in questo ambito vanno anche interpretati i manifesti della “Generazione TQ” (tra i firmatari c’è lo stesso Pedullà) che vogliono, con ferma grazia, salvaguardare il patrimonio della cultura.

Forse si è dimenticato che fare cultura vuol dire, avanti a tutto, rispettare una dimensione morale, da cui discende, poi, quella estetica. Forse. Forse è questo il messaggio che ancora possiamo spremere dal libretto di Benjamin. O no?W.-Benjamin-Il-narratore-183x300

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *