Ancora sul Narratore di W.Benjamin

Il narratore di cui Benjamin tratta è lo scrittore russo ottocentesco Nicolai Leskov. Il saggio è importante perché in esso Benjamin parla dell’esperienza nella modernità, della capacità (o incapacità) di fare esperienze, della natura dell’esperienza dopo l’avvento e il consolidarsi del mondo borghese. All’impoverimento (chiamiamolo così) dell’esperienza nel mondo moderno, Benjamin associa, fra gli altri effetti, anche il venir meno dell’arte del narrare, un venir meno che, tuttavia, non è un semplice estinguersi, un semplice perdersi, ma un tramontare, un decadere, un disperdersi di questa arte nel romanzo, una forma del raccontare, questa, assolutamente diversa dalla narrazione tradizionale. Per chi conosce le tesi enunciate nel saggio sull’opera d’arte, è immediata l’associazione con un altro fenomeno di decadenza, descritto in questo saggio, la decadenza dell’aura delle opere d’arte.

L’atteggiamento di fronte a queste due “perdite” sembra tuttavia di segno opposto: nostalgico, addolorato, davanti a ciò che appare una perdita reale, non risarcibile (l’arte del narrare), pervaso invece di ottimismo e di prospettive di riscatto e di liberazione riguardo alla perdita dell’aura. In realtà, la perdita dell’aura è una demistificazione, lo smascheramento di una sovrastruttura che ha accompagnato l’arte come un’ombra, sottraendola al suo spazio proprio, per confinarla nelle inaccessibili (per le masse) regioni della dimensione estetica. In realtà le cose sono molto più problematiche, dal momento che né l’ottimismo né la nostalgia sono corde presenti nel pensiero di Benjamin. Quando Benjamin pensa la modernità, lo fa sempre guidato da quell’originalissimo e fecondo connubio di istanze diversissime, fino al limite dell’incompatibilità, che alimentano il suo pensiero.

Uno dei centri attorno al quale si rapprende la lettura benjaminiana della modernità è proprio quello di esperienza, nel senso lato e generico del termine, e di percezione in senso stretto, del loro modificarsi nel nuovo, drasticamente nuovo, mondo-ambiente che la modernità ha allestito per l’uomo, dove i rapporti e i mezzi di produzione e le incredibili innovazioni tecnologiche nell’ambito dei mezzi di comunicazione e delle tecniche visive, hanno messo in crisi strutture, valori, paradigmi che sembravano naturali nel loro lento trascorrere e modificarsi attraverso i secoli.

Una generazione che era ancora andata a scuola col tram a cavalli, si trovava, sotto il cielo aperto, in un paesaggio in cui nulla era rimasto immutato fuorché le nuvole, e sotto di esse, in un campo magnetico di correnti ed esplosioni micidiali, il minuto e fragile corpo dell’uomo. (W. Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nicolai Leskov, in Angelus novus. Saggi e frammenti, Einaudi, Torino, 1962, p. 258)

Di fronte a tutto ciò, naturalmente, Benjamin non assume alcun atteggiamento nostalgico, né si atteggia a critico della modernità. Egli, in realtà, pensa la modernità, ne coglie i nodi problematici e ne mostra, come per ogni autentico problema, le novità, la non ovvietà, i pericoli, le opportunità. Ci mostra, ad esempio, come il romanzo, inaspettatamente per noi, disperda l’arte del narrare. Come i valori estetici fondamentali (creatività, autenticità, espressività, ecc.) siano intrisi e appesantiti di istanze mitiche, di valorizzazioni cultuali, di feticismi. Senza naturalmente con questo scadere mai né in un impotente e nostalgico vagheggiamento di un mondo e di una società premoderne, né tantomeno nella rumorosa e sovraeccitata esaltazione della macchina, della velocità, della tecnica, proprie di Marinetti e dei futuristi. Ma, soprattutto, senza spegnersi, nell’evitare questi due speculari e fasulli estremismi, in una visione moderata, equilibrata, sensata della modernità, una visione che giudiziosamente ne sappia cogliere il bene e rigettare il male. Benjamin non è un moderato (nessun filosofo, in verità, lo è), insulsa e anodina negazione dell’estremista, campione del luogo comune, eroe in pantofole del buon senso. Benjamin è un filosofo e, come tale, risponde alla modernità con dei concetti. Cominciamo, allora, a leggere la prima pagina del saggio sul narratore.

Il narratore – per quanto il suo nome possa esserci familiare – non ci è affatto presente nella sua viva attività. È qualcosa di già remoto, e che continua ad allontanarsi. […] l’arte di narrare si avvia al tramonto. Capita sempre più di rado di incontrare persone che sappiamo raccontare qualcosa come si deve: […] È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze. (W. Benjamin, Il narratore, cit., p. 247)

Ciò che si è interrotto, o che la modernità ha reso estremamente precario, è la comunicabilità dell’esperienza. Proprio la modernità, il tempo e il luogo delle esplosioni di massa dei mezzi di comunicazione, ha rattrappito, inaridito, i flussi di esperienza. È chiaro che Benjamin con comunicazione e scambio delle esperienze non intende certo lo scambio delle notizie e delle informazioni, delle quali c’è, invece, abbondanza, eccesso, ingorgo. L’esperienza che si estingue, quella alla quale la modernità ha sottratto la sua possibilità, è l’esperienza scambiabile di bocca in bocca, l’esperienza narrata, raccontata, che nasce da un organico rapporto con lo spazio e il tempo, con la lontananza e la vicinanza spazio-temporale. Quel narrare, ad esempio, proprio dei mercanti navigatori, di quelli che vengono da lontano e portano notizia di mondi esotici, o quel narrare che appartiene agli agricoltori sedentari, che proprio per il fatto di essere radicati nella loro terra ne conoscono storie e tradizioni che si perdono nella notte dei tempi. L’arte del narrare nasce, germoglia, fiorisce, si rafforza proprio affondando le radici in questa organica connessione con lo spazio e il tempo naturale.

È fondamentale, nella lettura benjaminiana della modernità, questo concetto di distanza. Il paese lontano, il tempo che fu, fonti inesauribili di racconti e di storie, è proprio ciò che la modernità ci aliena, estingue. Oggi, con l’informazione e la cultura a portata di clic, lo possiamo apprezzare in modo ancora più netto rispetto agli anni ’30, il tempo in cui scriveva Benjamin. Ciò che conta in questo processo non è tanto il progressivo ridursi di una distanza, distanza e differenza entro cui un’esperienza può comunque radicarsi e attecchire. Ciò che conta è, invece, il divenire irrilevante della distanza o il suo scoprirsi convenzionale, nello stesso tempo in cui sempre più valore viene, invece, dato all’immediata disponibilità delle notizie.

L’assottigliarsi della distanza, fino al suo svanire in un clic, sradica l’esperienza e ne ostruisce i percorsi, affidandola interamente all’opaco attimo del vissuto. Efficacemente Benjamin descrive questo processo come il trasformarsi dell’esperienza da esperienza accumulata e scambiabile (Erfahrung: nel vocabolo tedesco c’è il fahren, che indica il viaggiare) in esperienza vissuta (Erlebnis).

Villemessant, il fondatore del “Figaro”, ha definito il carattere dell’informazione in una celebre formula. “Per i miei lettori – egli diceva – è più importante l’incendio di un solaio nel Quartier Latino che una rivoluzione a Madrid”. Dove si vede subito che ciò che trova ora più facilmente ascolto non è più la notizia che viene da lontano, ma l’informazione che offre un aggancio immediato. La notizia che veniva da lontano – che fosse la distanza spaziale di paesi stranoeri o quella temporale della tradizione – godeva di un prestigio che le assicurava validità anche se non era sottoposta a controllo. Ma l’informazione ha la pretesa di poter essere controllata immediatamente. Dove anzitutto essa vuol essere intelligibile di per sé ed alla portata di tutti. (W. Benjamin, Il narratore, cit., p. 247)

In queste parole non c’è, e se c’è è irrilevante, uno snobistico rifiuto del mondo dei media (questo atteggiamento di critica della cultura appartiene più ai suoi amici della scuola di Francoforte Adorno e Horkheimer che a Benjamin), perché il processo del prevalere dell’informazione non è un fenomeno della decadenza, ma un fenomeno epocale, che viene da lontano. Due pagine prima, infatti, riguardo al declino dell’arte del narrare aveva scritto:

L’arte di narrare volge al tramonto perché il lato epico della verità, la saggezza, vien meno. Ma si tratta di un processo che viene di lontano. E nulla potrebbe essere più sciocco che vedere in esso solo un “fenomeno di decadenza”, per non dire un fenomeno “moderno”; mentre è solo un accompagnamento di forze produttive storiche, secolari, che ha espulso a poco a poco la narrazione dall’ambito del parlare vivo e manifesta insieme, in ciò che svanisce, una nuova bellezza. (W. Benjamin, Il narratore, cit., p. 251)

La modernità porta a compimento un processo epocale, compromette la distanza, tanto la distanza effettiva spazio-temporale, quanto la distanza auratica. E questo è un processo così fondamentale che sarebbe ottusamente riduttivo vedere in esso sia qualcosa di positivo da approvare sia qualcosa di negativo da avversare. La rovina delle distanze è l’operatore che guida la trasformazione dell’Erfahrung in Erlebnis, il ritirarsi del narratore nel romanziere. Ma è anche l’operatore che sfratta l’opera d’arte dal parassitario luogo cultuale in cui il filisteismo borghese l’ha elevata e confinata. È l’operatore che instaura lo Jetzt-Zeit, il tempo-ora, l’arresto messianico dell’accadere, costellazione in cui ogni presente si trova consonante con una ben determinata epoca del passato. È l’operatore che sottrae il percorso, i percorsi degli uomini, all’uniforme e vuoto progredire, per affidarli al non-spazio dei Passages, in cui si muove, libero da scopi, il flâneur. La rovina delle distanze è ciò che può disorientare ma anche redimere. Solo con la rovina delle distanze il passato è disponibile alla redenzione: la redenzione dello sconfitto, del reietto, di ciò che non ha mai avuto la possibilità di diventare presente.

La rovina delle distanze anche disorienta, lascia l’uomo senza consiglio. La sua esperienza, ormai inenarrabile, appare muta, isolata, solipsistica, meramente interiore, sconsiderata anche (pensiamo al Don Chisciotte, che Benjamin considera il primo dei romanzi borghesi), oppure la rende assordante e loquace e, perciò, incapace di ospitare un senso autoevidente.

Il romanziere si è tirato in disparte. Il luogo di nascita del romanzo è l’individuo nel suo isolamento, che non è più in grado di esprimersi in forma esemplare sulle questioni di maggior peso e che lo riguardano più davvicino, è egli stesso senza consiglio e non può darne ad altri. (W. Benjamin, Il narratore, cit., p. 251)

….

Ogni mattino ci informa delle novità di tutto il pianeta. E con tutto ciò difettiamo di storie singolari e significative. Ciò accade perché non ci raggiunge più alcun evento che non sia già infarcito di spiegazioni. […] È la meta dell’arte del narrare, lasciare libera una storia, nell’atto di riprodurla, da ogni sorta di spiegazioni. […] Lo straordinario, il meraviglioso è riferito con estrema precisione, ma il nesso psicologico degli eventi non è imposto al lettore. Che rimane libero di interpretare la cosa come preferisce; e con ciò il narrato acquista un’ampiezza di vibrazioni che manca all’informazione. (W. Benjamin, Il narratore, cit., p. 253)

L’informazione, per sua natura, non ha una durata: essa è essenzialmente novità nell’attimo in cui si dà e, subito dopo, diventa notizia vecchia che deve lasciare il posto ad altre notizie. L’informazione non ha altro tempo che quello del notiziario. Perciò essa, in questo tempo (chiamiamolo attimo, che potrebbe anche essere esteso per qualche giorno o qualche settimana o addirittura qualche mese, anche se un tempo così lungo è molto raro: ciò che conta è che essa ha un lasso di tempo entro il quale è attuale, dopo di che svanisce e cade nel dimenticatoio) deve essere esauriente e, se l’informazione cattura la curiosità della gente, va infarcita di commenti, spiegazioni, analisi di esperti di varia natura. Pensiamo al delitto di Cogne: ha avuto il suo tempo, le sue trasmissioni televisive, i suoi dibattiti a ogni livello, avvocati, giallisti, psicologi, la gente della strada, tutti ne hanno parlato. Quando il suo tempo sarà finito (probabilmente è già finito), scadrà a dato statistico o diventerà uno dei tanti esempi del disagio delle madri in qualche studio socio-psicologico sui nostri tempi. Anche se diventasse lo spunto per qualche film o per qualche romanzo, la storia si sarebbe irrimediabilmente consumata, sbriciolata dalla pletora di chiacchiere e di spiegazioni che l’ha investita. All’esaurirsi dell’informazione in un lasso di tempo si contrappone il conservarsi della narrazione, il conservarsi della sua forza concentrata, asciutta, feconda.

Se l’informazione vive una fugace e autentica vita solo in quanto è novità, alla quale segue poi una parassitaria sopravvivenza fatta di commenti e di spiegazioni, la narrazione è, in primo luogo storia, racconto tramandato e nel suo tramandarsi continua a vivere e a produrre stupore e riflessione e interpretazioni sempre nuove. Ben diverso è il tempo dell’informazione (e delle sue spiegazioni) e quello della narrazione (e delle sue interpretazioni): il primo è quello dell’attualità senza spessore e profondità, dove le spiegazioni, come gramigna, prendono tutto il campo cancellando il fatto o riducendolo a semplice pretesto, il secondo è quello della tradizione e del viaggio, dove le interpretazioni germogliano come piante vive da un seme, la storia raccontata, che non perde mai la sua forza generativa.

Somiglia ai chicchi di grano che sono rimasti ermeticamente chiusi per millenni nelle celle delle piramidi e che hanno conservato fino ad oggi la loro forza germinativa. (W. Benjamin, Il narratore, cit., p. 255)

Questo perché

Non c’è nulla che assicuri più efficacemente le storie alla memoria di quella casta concisione che le sottrae all’analisi psicologica. E quanto più naturale in chi le narra la rinuncia al chiaroscuro psicologico, tanto maggiore il loro diritto a un posto nella memoria di chi ascolta; tanto più completamente si assimilano alla sua esperienza; tanto più volentieri, infine, tornerà egli stesso a raccontarle, un giorno vicino o lontano. (W. Benjamin, Il narratore, cit., p. 255)

Casta concisione è un’espressione che dice con grande efficacia quel caratteristico aspetto della stessa scrittura filosofica di Benjamin, la sobrietà. Tanto più può essere apprezzata, quanto più si oppone alla logorroica profusione di pareri che l’informazione fa proliferare.

La narrazione è il luogo e il tempo della memoria, non del ricordo funzionale alla vita attiva o quotidiana, ma della memoria che affiora nel momento della distensione spirituale, quando il rumore del quotidiano (meglio delle sue tensioni che avvelenano il quotidiano, non del suo ritmo naturale) tace per lasciar essere l’apertura e la capacità di ascolto.

Questo processo di assimilazione, che si svolge nel profondo, richiede uno stato di distensione che diventa sempre più raro. Se il sonno è il culmine della distensione fisica, la noia è quello della distensione spirituale. La noia è l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza. Il minimo rumore nelle frasche lo mette in fuga. I suoi nidi – le attività intimamente collegate alla noia – sono già scomparsi nelle città, e decadono anche in campagna. Così si perde la facoltà di ascoltare e svanisce la comunità degli ascoltatori. […] Quanto più dimentico di sé l’ascoltatore, tanto più a fondo s’imprime in lui ciò che ascolta. (W. Benjamin, Il narratore, cit., p. 255)

Splendido e filosoficamente rilevante questo “elogio della noia”, uno stato d’animo oggi oltremodo temuto e del quale è obbligatorio liberarsi al più presto con qualche occupazione o distrazione. È un tempo vuoto, una distensione dove il nostro io non ha più il primo piano, ma è il tempo in cui il racconto narrato o ascoltato può sorgere e vivere. È anche il tempo del lavoro paziente, lungo, fatto di operazioni lente, ripetute, ma anche amorevoli e accurate, simile all’operare della natura, la quale produce nel corso dei millenni cose perfette, come perle immacolate o vini pieni e maturi, quel tempo e quelle occupazioni che così Valéry descrive.

Questo paziente operare della natura era imitato un tempo dall’uomo. Miniature, avori profondamente intagliati, pietre dure levigate e scolpite, […] tutte queste produzioni di una fatica industriosa e tenace sono praticamente scomparse, ed è finito il tempo in cui il tempo non contava. L’uomo odierno non coltiva più ciò che non si può semplificare ed abbreviare. (W. Benjamin, Il narratore, cit., p. 257)

Il tempo, la profondità temporale, si consuma, il suo trascorrere è ciò che non deve apparire, quel trascorrere che l’andamento della narrazione imita, e che ora le occupazioni e le informazioni requisiscono, quel tempo che la narrazione assecondava e che nutriva e di cui si nutriva, sicché mai si consumava, e che ora l’informazione letteralmente divora esaurendone le scorte. L’informazione brucia il tempo, e con esso una vita, in un’unica vampa. Non così la narrazione.

Il suo (del narratore) talento è la vita; la sua dignità quella di saperla narrare fino in fondo. Il narratore è l’uomo che potrebbe lasciar consumare fino in fondo il lucignolo della propria vita alla fiamma misurata del suo racconto. […] Il narratore è la figura in cui il giusto incontra se stesso. (W. Benjamin, Il narratore, cit., p. 273-274)

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