Il mondo di Anna Maria Ortese

Il mondo di A.M.Ortese
Le piccole creature fantastiche del Cardillo

byGloria Gaetano3 years ago20 Views
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Mentre leggevo il bellissimo romanzo di Anna Maria Ortese, Il cardillo addolorato (Adelphi, pagg. 416, lire 35.000), e non finivo di ammirare i tesori di un’ immaginazione che non ha pari in Italia, mi chiedevo quali artisti del passato l’ avrebbero specialmente amato. Penso che l’ avrebbero amato, con entusiasmo, Giovanni Paisiello e Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, Elsa Morante e Karen Blixen. Ho fatto il nome di due grandi scrittori romantici. Non sappiamo mai di quale mondo faccia parte la Ortese, come se il suo destino fosse quello di non appartenere a nessuno spazio e a nessun tempo, simile a quei folletti vagabondi che incantano così intensamente la sua fantasia. Niente la riconduce all’ Italia del 1993. Mentre la vediamo così volentieri tra i primi romantici tedeschi, inglesi e francesi: Hoffmann, Coleridge, Nodier, che scrissero libri che assomigliavano un poco ai suoi: Gli elisir del diavolo, La ballata del vecchio marinaio, La fata delle briciole. Questa napoletana di elezione ha tutti i tratti dello scrittore romantico: l’ immaginazione sovrabbondante, profondamente gotica: la passione metafisica: l’ amore per la Natura: la tenerezza per le forme fluide della metamorfosi unversale: un fuoco incontenibile, a cui la letteratura non basta: l’ abisso della luce e della gioia, che si oppone o si confonde con quello della tenebra e dell’ angoscia: l’ alternanza di realtà e sogno, di verità e illusione; e il lieve delirio, che sfuma le precisissime sensazioni. Come gli scrittori romantici, la Ortese ama la Favola. Con quale nostalgia, ripercorre i tempi nei quali non esistevano i principii di non contraddizione e di verisimiglianza, gli animali parlavano, le sorgenti cantavano, gli uomini si innamoravano delle serpi, e ogni cosa celava in sé il suo contrario! Racconti teneri e sontuosi All’ inizio delle sue fantasie, sta La favola d’ Amore e Psiche di Apuleio; e poi la fiaba classica, orientale, barocca e rococò – le Mille e una notte, il Pentamerone e i racconti teneri e sontuosi di Madame d’ Aulnoy. La favola ha bisogno di ricchezza; ed ecco, nel Cardillo addolorato, il cielo “ricamato, filigranato di stelle d’ oro”; e salotti lussuosissimi, case che sembrano chiese barocche, chiese che sembrano salotti delle fate: automi che cantano, gemme e gemme, Re e Principi, musica e monete d’ oro e carrozze azzurre e infiorate e torte di pan di spagna di frutta e di crema – e quella deliziosa sensazione di falso, senza la quale la fiaba perde il suo sapore. Ma, con una sensibilità acuta e dolorosa, la Ortese sa che questo grande regno oggi è rovinato e deserto. Per quanto la sua fantasia inventi, dipinga e decori, i personaggi della fiaba sono morti o moribondi, gli animali cacciati e feriti, le vesti sontuose ridotte a poveri stracci coperti di polvere. Con un’ altra parte del suo cuore, la Ortese ama Napoli e la civiltà napoletana, della quale Il cardillo addolorato è una superba sintesi. Sullo sfondo, l’ immensa metropoli ellenistica, le case-giardino di Pompei – e quel “rosa” e quell’ “azzurro”, che la fantasia le ha sempre attribuito: in questo libro, tutto è rosa – il cielo, le nuvole, le case, le vesti femminili, le palpebre, le guance dei bambini. E poi la grazia del Presepio napoletano, con tutti i mestieri e i cibi e le chiacchere immerse in uno scenario teatrale. E l’ Opera Buffa – con il locandiere che prepara i grandi bricchi di caffè, le montagne rosate di brioches imbevute di miele, e che versa la più squisita cioccolata in tazze finissime con scene di danze e feste campestri; mentre i servi strofinano gli stivali con spazzole rosse. Lì vicino, sta l’ Opera Lirica: con gli amori, le gelosie, gli odi, che visibili o invisibili tenori e baritoni cantano sulle scene della Ortese. Ma Napoli non sarebbe Napoli, se quel rosa non diventasse di colpo, senza che nessuno ci avverta, nerissimo. Lontano ci sono la Sibilla di Cuma, e i Campi Flegrei. Vicino, le moltitudini dei morti. “Insomma, uno stuolo immenso di ombre, caro Principe, soggiorna tuttora in queste case, in questi vichi, siede alle nostre tavole, dorme nei nostri letti, si sdraia nelle nostre carrozze… visibile o meno, ma sempre accanto a noi”. Malgrado tante favole, e tanto amore per i bei colori della vita, la Ortese non oserebbe nemmeno prendere in mano la penna se non potesse soddisfare il primo e capitale dei suoi desideri: il desiderio-dolore metafisico, la leva di ogni pensiero umano. “Ogni tanto, di notte o verso l’ alba, mi sveglio con un dolore che è il più disperato e intollerabile di tutti quelli che ho conosciuto. Non so dove mi trovo …Dove, sia collocato l’ universo, ecco cosa non so. Né come si chiami. E che cosa sia, e di chi sia. Da anni, mi pare, l’ idea di queste infinite strade stellari mi si presenta, la notte, e mi fa gelare, sognare, tremare. Dove sono? Chi – io – fra miriadi di abitanti la Terra, da ogni tempo Cosa, la Terra, fra miriadi di pianeti, di soli, e che cosa questa galassia fra le altre galassie?… Ma il luogo sopratutto vorrei sapere, e so che non saprò mai: dove tutto ciò è presente, e il suo vero nome, e, se non ha nome, il perché di questo silenzio sul nome”. Alle porte dell’ Essere Con il desiderio-dolore metafisico in cuore, la Ortese batte alle porte dell’ Essere; e chiede quale sia l’ essenza del mondo e della natura, e chi presieda ai fatti, e quale ne sia lo scopo, e quali l’ ordine, il senso, il principio. Scruta la verità con tutto il corpo: con il suo corpo – e il corpo delle piante degli alberi, delle stelle, delle pietre, degli animali, degli uccelli, in cui si è dilatata. Scrivendo questo grande mito o storia simbolica dell’ universo che è Il cardillo addolorato, la Ortese ha rinnovato queste domande. Per la prima volta, credo, ha ottenuto risposta. Non cerca il mistero nel luogo dove abita la gioia (sebbene anche la gioia sia, a suo modo, un mistero): ma dove abita il dolore, questo dolore non è soltanto quello degli uomini: gli umili, i vilipesi, i calpestati, i sofferenti. La Ortese scende molto più in profondo: in basso, sempre più in basso, al di sotto della forma e della parola, perché sa che ciò che è sacro si nasconde nell’ oscurità e nell’ abisso. Il vero dolore è quello della Natura; e degli uomini che sembrano Natura – i bambini piccolissimi, muti, sordi, ciechi, idioti, malati di mal caduco, che ci guardano con i loro occhietti di sogno, e formano insieme a lei l’ unico, sterminato regno della sofferenza. Non sappiamo chi abbia causato questo dolore: forse Dio, proiettando fuori di sé la Natura; forse l’ uomo, distaccandosi con troppa violenza da lei. In ogni modo, riconosciamo i frutti della lacerazione. In mezzo a noi, molteplici come gli spettri, fitti nei giardini innevati del Nord o tra i vichi di Napoli, si muovono e si agitano i Folletti. Ora sembrano ragazzi biondi di dieci anni, vestiti di velluto, ora creature del sottosuolo, piccole e deformi, ora gatti, ora capretti di pochi mesi, ora pulcini che corrono dietro la madre, ora bambini con una penna intorno al collo, ora esseri infinitesimali, nascosti in scatole di cartone. Talvolta sono buoni, talvolta malvagi: demoniaci, come tutto ciò che appartiene ai regni intermedi. Un disperato desiderio di salvezza e di redenzione li spinge ad assumere forme umane. Ma né l’ Iguana né il piccolo Hieronymus Kappchen (o Geronte, o Gerò, o Lillot, o Portapacchi, giacché essi hanno nomi molteplici come le forme) ci riescono mai. Nel mondo moderno, la Natura non può più essere redenta. La figlia del guantaio La maggior parte degli uomini ignora i Folletti: non riesce a vedere i loro musetti di sogno, non riesce ad ascoltare le loro parole smozzicate e incerte: qualcuno ne è geloso, perché talvolta li circonda un amore appassionato; qualcuno li perseguita, strappa loro le penne, li uccide. Nel Cardillo addolorato, c’ è una Regina dei folletti e dei bambini, come nelle Avventure di Pinocchio c’ è una Fata dai capelli turchini. Il mistero del libro si concentra attorno a Elmina, una ragazza tedesco-napoletana, figlia adottiva del Guantaio, “che sembra muta di dentro, come non fosse una donna tanto avvenente e dolce, ma una pietra”. Non ama la vita, la gioia, la felicità, la tenerezza, l’ amore: si vieta “ogni minimo piacere o gusto del vivere”, quasi che vivere, per lei, fosse un peccato e dovesse espiare una colpa sconosciuta. Rigida, severa, fedele al poco e al nulla, consacra completamente se stessa al dolore della Natura: cerca di salvare il suo corpo malato e ferito, quei folletti, quei bambini muti e ciechi, che tiene per mano; e scompare, appena essi scompaiono. Più in alto dei Folletti, c’ è soltanto il Cardillo, il cardellino lieto e addolorato: il canto che risuona in ogni pagina del libro, ripetuto dai bambini, dagli automi-uccelli, e dalla voce del cuore: “Oò! Oò! Oò!”e: “Oh! Oh! Oh!”e poi il ritornello: “E vola vola vola lu Cardillo!E vola vola vola… Oh! Oh!”;mentre la luna nascente illumina i giardini e le pareti delle nostre case. Come osserva Giorgio Montefoschi. Il Cardillo ricorda il Simurgh di una leggenda persiana: l’ uccello dal grande becco d’ aquila, dalle penne sfavillanti, dalla coda sinuosa e tortuosa, nel quale i mistici sufi scorsero un simbolo di Dio. La Ortese non oserebbe dire tanto; e non usa i colori rutilanti delle miniature persiane, ma le modeste tinte napoletane, il rosa e il celeste. Il Cardillo è il “celeste messaggero”, l’ angelo o il demone: è il dolore, e ci dà il dolore, ma è anche la gioia e ci dà la gioia: ci comanda, ci protegge, ci fa desiderare il bene, ma si prende gioco di noi e del nostro mondo “volatile e implume”. Quando siamo giunti alla fine, ci spiega tutte le cose: la lunga follia, che abbiamo attraversato, la tremenda separazione, che abbiamo sopportato, il dolore e la gioia che ci accompagna: la “calma, fredda, infinita gioia” che colma la vita, la morte, e il libro che abbiamo finito di leggere. Con il suo lieto coraggio, Anna Maria Ortese offende le nostre abitudini di lettori. Il cardillo addolorato distrugge il romanzo moderno a cui siamo abituati: il romanzo oggettivo, di tradizione flaubertiana, senza intreccio o con una trama da cui è bandita ogni inverosimiglianza e ogni follia. L’ Ortese vuole proprio questo: praticare, narrando, ogni possibile inverosimiglianza e follia. Il romanzo si complica, le versioni si contraddicono, la trama si aggroviglia, i personaggi si moltiplicano, il romanzesco si scatena, tutto è spettacolo e macchinazione, come nei romanzi gotici e in quelli di Dickens. E si aggiunga che l’ intreccio viene svelato non tanto dai fatti quanto da rivelazioni nel dialogo, che possono venire cancellate da altre rivelazioni. Che la Ortese si diverta follemente a fantasticare e a aggrovigliare, non è dubbio. Ma è ugualmente certo che, se coltiva l’ intreccio, lo fa per le stesse ragioni di Goethe: perché l’ intreccio è la strada che ci può meglio condurre verso il segreto, la verità e il simbolo. Si prende gioco di sè In questo universo, raccontare è una specie di magia. Molte parti del romanzo sono narrate da un incantevole e pettegolissimo Duca polacco, che possiede una lente magica con la quale vede a distanza, attraversa i muri delle case e i cuori degli uomini e fa risuscitare il passato – e assieme a lui, la Ortese si diverte a mettere in scena con leggerezza il proprio ruolo di Narratore, che sa tutto, vede tutto, e si prende gioco di sé. Ma talvolta la lente magica è offuscata, come tutte le affermazioni del narratore. Gli avvenimenti si sdoppiano e si echeggiano: ascoltiamo versioni opposte del medesimo fatto: personaggi si identificano tra loro; le allucinazioni, le visioni e i sogni si confondono con la realtà; e il narratore accresce il guazzabuglio con i suoi commenti parodici. Nulla, alla fine, ci assicura che le cose siano andate proprio come la Ortese pretende, o invece in un modo completamente opposto. Tutto è un caleidoscopio vertiginoso. In nessun altro libro, nemmeno nell’ Iguana, che è il suo altro capolavoro, Anna Maria Ortese aveva mai posseduto questa forza: un’ immaginazione così sovrana, una sapienza simbolica così ricca, un’ arte così fresca e delicata. Questo libro è stato composto nell’ angoscia e nella desolazione: in condizioni esterne, che a qualsiasi altro scrittore sarebbero sembrate insostenibili. Eppure la Ortese ha condotto la sua favola sino in fondo, con una allegria sostenuta, con una felicità innamorata di sé e del mondo, a volte con una strepitosa frivolezza, e sempre con un desiderio di dare gioia e amore agli altri e a sé stessa. La conclusione è disperata: Elmina e il Folletto scompaiono chissà dove. Eppure la voce lieta e mite del Cardillo, che risuona nella notte di luna, ci assicura che l’ esperienza è stata condotta fino all’ ultima soglia, con una durezza, un coraggio, una chiarezza di sguardo, che possiede solo un grande scrittore. +
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Il cardillo addolorato
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