La rivoluzione dei «goriziani»

«Qui è notte fonda, su un’isola popolata di fantasmi. Barricata su se stessa, lontana dalla memoria degli uomini». A pronunciare queste parole non è il capitano Willard di Apocalipse now, né il marinaio Marlow in Cuore di tenebra. Siamo in Italia, in una piccola città di provincia, nei primi anni Sessanta del secolo scorso. Ma siamo ugualmente in uno dei luoghi più tenebrosi della terra e quella che si sta compiendo è una vera e propria discesa agli inferi.
A scriverle è Franco Basaglia appena giunto a Gorizia. È l’inverno del 1961 quando decide di lasciare il suo posto di assistente all’Università di Padova – non ci sono cattedre per lui, glielo dicono chiaro e tondo – e se ne va alla fine del mondo, in un luogo dimenticato e senza futuro, dove non ci si passa ma «ci si va soltanto se bisogna andarci». Allora l’Ospedale psichiatrico di Gorizia era «il più periferico, piccolo e insignificante di tutti i manicomi italiani». Abitato da 600 pazienti, la metà dei quali non parlava italiano, era come la città diviso in due dalla cortina di ferro. Il confine tra Italia e Jugoslavia passava proprio tra le mura, i cancelli, le sbarre, i reparti chiusi a chiave del manicomio; come dentro ai suoi bellissimi giardini, sempre silenziosi e deserti, fatta eccezione per la presenza di qualche internato legato a una panchina o al tronco di un albero.
Quando vi mise piede la prima volta, Basaglia si sentì male. «Ritrovava l’odore “di morte, di merda”, lo assaliva il ricordo dei sei mesi passati in una prigione fascista a Venezia nel 1944, a vent’anni». Nessuno, in quegli anni, avrebbe scommesso che in un posto simile sarebbe nata una rivoluzione, nessuno avrebbe mai immaginato che da lì sarebbe partita la battaglia contro l’establishment accademico e politico, tanto da diventare in poco tempo uno dei luoghi più visitati da giornalisti, amministratori e medici provenienti da ogni parte d’Italia. E uno dei simboli – insieme all’Ospedale di Trieste – per l’intera generazione sessantottina.
La storia di Basaglia, chiamiamola così per brevità, è stata raccontata più volte. Ma questo libro è per molti aspetti diverso da quelli che lo hanno preceduto. Certo non nasce nel deserto, e fa buon uso di studi recenti (come Franco Basaglia di Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio, o Liberi tutti di Valeria Babini), ma ha caratteristiche che lo contraddistinguono e lo rendono un libro che segna un nuovo inizio. E ciò dipende non tanto dalle informazioni di prima mano provenienti dall’archivio della Fondazione Basaglia o da quello della casa editrice Einaudi, quanto dalla prospettiva con cui l’autore interroga e seleziona le fonti della sua ricerca.
Provo a dirlo in altro modo. Ci sono libri che aprono e libri che chiudono. Ecco, questo è un libro che fa parte del primo gruppo. E vi rientra a pieno titolo perché segna un cambiamento di orizzonte negli studi sulla nuova psichiatria italiana e scava in profondità più di quanto tante biografie dedicate al suo capo carismatico sono riuscite a fare. E vi riesce proprio perché la prospettiva da cui guarda le cose non è “basagliocentrica”. La parola è orrenda, lo ammetto, ma ha il pregio di farsi capire: se si illumina di troppa luce il protagonista, il risultato che si ottiene è che il suo cono d’ombra impedisce di vedere tutto ciò che gli sta attorno. Scrive John Foot: «Soltanto se distogliamo una parte della nostra attenzione dalla persona di Basaglia potremo apprezzare davvero la centralità del suo ruolo».
Il libro prende spunto da una foto scattata a Gorizia nel 1967. Attorno a un tavolo, in una stanza dell’ospedale, Basaglia è ritratto insieme ai suoi collaboratori durante una riunione di lavoro. Alcuni, come Giovanni Jervis e Agostino Pirella, sono nomi noti; altri, come Antonio Slavich, Domenico Casagrande e la psicologa Letizia Comba, la moglie di Jervis, lo sono molto meno. A questi vanno poi aggiunti i nomi di Lucio Schittar, Leopoldo Tesi, Giorgio Antonucci e Maria Pia Bombonato. Sono loro i “goriziani”, il nucleo principale della squadra che dal 1961 al 1969 lavorò con entusiasmo e senza un attimo di sosta a fianco di Basaglia riuscendo a smantellare, anche se solo parzialmente, quel luogo estremo di segregazione e di annientamento.
Insieme a loro c’era anche Franca Ongaro, la moglie di Franco Basaglia. E le pagine a lei dedicate ristabiliscono un minimo di verità storica sul suo contributo a quella esperienza pilota. Nonostante nutrisse ambizioni letterarie – scrisse fiabe per il «Corriere dei Piccoli» e a più riprese, fino al 1959, inviò senza fortuna i propri racconti per l’infanzia alla Einaudi, e in particolare a Italo Calvino – Franca svolse nel gruppo un ruolo chiave. Oltre a essere traduttrice di testi fondamentali come Asylums di Erving Goffman e autrice di alcuni articoli pubblicati in Che cos’è la psichiatria? (1967), Franca fu molto più di una collaboratrice. «Il disordine istintivo e prorompente delle idee di Franco veniva messa in riga, e in pagina, da Franca». A tal punto che Foot sostiene che tutti i loro scritti sono più da attribuire a lei che a lui. Anche per quanto riguarda il libro più celebre tratto dall’esperimento scientifico goriziano, L’istituzione negata, fu lei a occuparsi della raccolta dei testi e a mantenere i rapporti con Giulio Bollati, dopo che Jervis, apprezzato consulente einaudiano da svariati anni, aveva spianato la strada tra Gorizia e Torino, troncando così i contatti che Basaglia aveva stabilito con Enrico Filippini (che, per inciso, già allora era molto di più di «un dirigente della Feltrinelli», pagina 124). Nonostante il frontespizio riportasse la dicitura «a cura di Franco Basaglia», si trattò di un appassionante e duro lavoro di squadra, anzi con ogni probabilità il “vero” curatore del libro fu Giovanni Jervis. Ma, come osserva Foot, «senza Basaglia non ci sarebbe stata Gorizia. Era la sua creatura, e lui ne era chiaramente il leader».
(da IL SOLE24ORE DEL 14 DICEMBRE 2014)

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