Autunno

Alma Passarelli Pula

Un autunno tormentato Alma Passarelli Pula

Commenti di incenso. Aveva disperso il senso di sè. Ricercava nel passato contatti e pensieri, bandoli di matasse che le permettessero di ricominciare. Di ricominciare da lì. Ma da dove poi? Si sentiva dispersa.
Come meteorite schizzava e nulla che si avvicinasse a lei poteva toccarla. Sfrecciava, era lava incandescente. Nessuno si accorgeva di niente. Svolgeva una vita “normale”, faceva con coscienza il suo lavoro apparendo persona serena, allegra, e q u i l i b r a t a.
Equilibrata.
Qualcuno, tra i conoscenti la invidiava per la sua capacità di non arrabbiarsi mai, di mantenere la calma, di tollerare ogni cosa, soprattutto la diversità.
Era un punto di riferimento per i suoi utenti, per sua figlia, un porto sicuro per il suo uomo, una buona confidente per la sorella.
In realtà non la conosceva nessuno.
Nessuno aveva visto le tempeste e i moti ondosi tumultuosi della sua anima. Nessuno la vedeva.
Si sentiva eternamente di passaggio. Ovunque andasse.
Così quella mattina Virginia scrisse. Strappò la pagina del diario, firmò, aggiunse un indirizzo di posta elettronica, probabilmente fasullo, virgimar@yahoo.it, prese la borsa, l’impermeabile, l’ombrello, si guardò allo specchio, passò le dita sulle grosse sopracciglia nere, sistemò il rossetto leggermente sbavato sul lato destro, prese le chiavi, guardò un ultima volta Fiorino, il criceto, che volteggiava nella ruota, spense la luce dell’appartamento, ancora un piccolo tentennamento, e via.
L’ascensore l’accolse, l’ammirò, l’accompagnò al piano terra. Uno sguardo alla cassetta della posta che ancora una volta non conteneva emozioni e tradiva speranze. Il portone si chiuse alle spalle.
Sollevò gli occhi. Che strano cielo. Nuvole grigie, inquiete dalle forme più disparate.
Virginia ricordò i pomeriggi trascorsi con Marcello a fantasticare sulla forma delle nuvole, animali, oggetti, cuneiformi, filiformi. Marcello a sette anni era entrato nella sua vita come cucciolo d’uomo dolce e tenero.
Marcello era il figlio non avuto. Nel ’94 si incontrarono. In una stazione ferroviaria. Lei era emozionata, spaventata. Non lo conosceva se non per qualche piccolo scambio telefonico. Lui era visibilmente incuriosito, gli sorridevano gli occhi mentre stringeva un giornalino nelle mani. Doveva sceglierla anche lui.
La giornata era bella e piena di sole. Virginia scese dal treno, si guardarono, un bacio e fu subito simpatia. Andarono insieme in un’isola, lui, lei e Simone e nei giorni a seguire tutto fu una conferma continua di questo nuovo rapporto, dolce e sereno. Due episodi forti erano rimasti nel cuore di Virginia, nel ricordo di quei giorni.
In una splendida pozza d’acqua, limpida, chiara, Marcello prese le braccia di Simone e di Virginia, le strinse a sé e disse timidamente: “voi non dovete lasciarvi mai”.
La sera mentre Virginia e Simone si apprestavano ad andare a letto e lui nel suo lettino, con difficoltà sussurrava: non posso dormire con loro, lei non è la mamma e la mia mamma non vuole. Le lacrime gli spuntarono sul viso dolorose e violente.
Marcello non aveva mai dormito in un lettino da solo, sua madre non voleva che dormisse con loro.
Virginia era un’estranea ma a lui piaceva tanto.
Le nuvole passarono e Virginia abbassò lo sguardo. Il pensiero andò altrove. Ad altri tempi, ad altri corpi.
Con le ali aperte, pronte contro ogni vento, Virginia volava via. Volava da sempre, per sempre, soprattutto in quell’inquieto autunno.
L’autobus era arrivato.
Il numero 23 l’avrebbe condotta in carcere dove avrebbe iniziato una nuova giornata di lavoro.
Dalla finestra del suo ufficio le sbarre scolorivano le giornate e facevano compiere a Virgina giravolte di fantasia a volte incredibili per uscire fuori da questi colori stinti che annebbiavano l’anima. Era una continua lotta contro il grigiore. Ma non era ancora arrivata.
Nell’autobus i pensieri andarono alle immagini dei dipinti di Frida Khalo, alla sua storia, all’incidente sull’autobus, alla sua dimensione interiore dipinta su tela. I suoi quadri sconvolgenti passavano in rassegna nella mente di Virginia, l’autoritratto con la scimmia, l’aborto, i minuti piedini, le sopracciglia folte che sembravano volare come gabbiani.
Virgina pensava spesso a Frida come presenza nella sua vita, come persona collocata in uno spazio preciso dentro di lei, uno spazio di donna. Di donna che viveva, che sentiva e trasponeva i pensieri così come si presentavano, vivi e crudi. Crudi come la vita.
Il caos delle auto quella mattina creava ingorghi e faceva spesso fermare l’autobus ma per Virginia, intorno, tutto era vuoto. Non c’era nessuno per la strada, non c’erano auto, non vedeva le persone che si affrettavano ad attraversare la strada, a salire sull’autobus. Vedeva il vuoto intorno e fluttuava con la sciarpetta di seta che le avvolgeva il collo nei pensieri più disparati.
Pochi incontri. Due ore. Incontri dove poche parole erano state pronunciate, dove i sessi si erano incontrati con prepotenza. Momenti interminabili, palestra, svuotamento di ogni sentimento, meccanicità, mai coinvolgimento. Mai profondo.
Per arrivare alle profondità di Virginia bisognava conoscerla, non essere un bravo amante, ma parlarle , parlarle dolcemente, cogliere ogni suo sguardo, andare oltre allo sguardo, leggerla come libro appena scoperto e così ogni giorno, ogni maledetto giorno, e nessuno era stato disposto a farlo.
Simone aveva tentato. Provava a farlo. Provava a tracciare sentieri , a far scendere linfa dai rami del corpo, a musicare l’esistenza. Ma non riusciva.
Simone.
A lui un pensiero forte, totale. Simone barcarolo che trasportava fantasmi, quelli di Virginia, Simone che spalancava balconi per far volare al vento le inquietudini della sua donna. Simone rinchiuso in un castello. Simone corpo e anima da gigante.
Simone, Simone e sempre Simone.
Le porte dell’autobus si aprirono di fronte al carcere. Virginia scese.
Il primo agente di polizia penitenziaria della portineria le sorrise e le permise di rientrare nella vita pseudo-reale.
Spinse il pesante portone, prese dalla borsa il portafoglio e il tesserino con su scritto il nome e il cognome del dipendente: Virgina Binelli. Timbrò. Spinse la seconda porta ancora più pesante ed entrò nell’androne della Direzione, prese la posta in arrivo, salutò altri colleghi e si apprestò verso la terza porta. Il grande atrio con il giardino appariva ameno pur se poco curato. Traversato l’atrio ancora un blindato, questa volta elettrico, per passare alla seconda palazzina di uffici e alle sezioni detentive; nessuno sforzo per le braccia. Tonfi sordi, i rumori.
Virgina salutò altri agenti della seconda portineria, si fece perquisire come ogni mattina e salì al piano di sopra, allo spaccio dell’Istituto per un caffè hag, macchiato. Non c’erano più pensieri, né voli, tutto era stato rinchiuso dentro con chiavistelli dorati. Ora prevaleva il senso del lavoro, la compostezza, l’impegno massimo, il dovere, innanzitutto. Il padre le aveva inculcato un senso del dovere profondo, aveva iniziato a lavorare con lui sin dai tredici anni, d’estate, per ripagarsi gli studi d’inverno. Avrebbe trascorso lì sette ore e dodici minuti. Non un minuto in più, non un minuto in meno. Scese le scale e attraversò ancora due blindati e finalmente raggiunse l’ufficio.
I blindati da attraversare le ricordavano un po’ i livelli da superare in un gioco elettronico. Ogni porta blindata sbatteva alle sue spalle e il suono rimbombava nelle orecchie come un colpo di gong, il cui eco si sporgeva da dentro, senza finestre.
“Buongiorno a tutti “ – disse Virginia, sorridendo. Accese il computer, controllò la posta, sfogliò l’agenda e le richieste di colloquio con i detenuti. Cercò di organizzare su di un foglio la giornata lavorativa e senza farsi notare osservò l’umore di ognuno dei suoi tre colleghi. Peppe era immerso nella musica e nei suoi pensieri, Anna respirava ansia e cibo, Luisa brontolava e si lamentava delle troppe competenze attribuitegli, degli sgarri subiti, del tempo che scorreva.
Virginia decise di andare in sezione. Un’altra porta blindata e tre lunghi corridoi. No, non erano corridoi dell’anima, ma data la tortuosità, gli somigliavano tanto. Da diversi giorni, tale Mimmo Cognati, effettuava lo sciopero della fame. Era dimagrito moltissimo. Aspettava come ogni mattina il colloquio con l’educatrice. Virgina. Spinto da un compagno sulla sedia a rotelle, arrivava. Non rifiutava mai il colloquio con lei perché diceva che in quei momenti poteva dissetarsi e ricevere attenzione. Affetto.
Un lungo colloquio in cui si parlava di qualsiasi cosa. Discutevano del tempo che trascorreva, lento, della forza dell’uomo di adattarsi alle situazioni, dei sogni, di quelle notti senza alimentazione alcuna. Della campagna che tanto il Cognati amava. Della terra da coltivare, del suo succo, dei cavalli, degli altri animali da sfamare, dei trattori, delle uova fresche, quelle da bere, del senso della vita. Della sua vita bruciata da venti anni di condanna, della sua impossibilità ad alzarsi il mattino e salutare il sole che brucia la pelle.
Virginia non faceva altro che ascoltare. Dentro.
Il colloquio, la storia del Cognati, la portava dentro di sé, gli rimaneva stampata dentro, affollando la mente e il cuore. Riflessioni, interrogativi, lettura di sentenze , le più disparate.
Il dolore, quello che colpiva, era il dolore che come schiaffo in volto le lasciava, ogni volta, un segno indelebile. A volte avvicinarsi al dolore degli altri equivaleva a comprendere il senso delle cose, a ricordarsi costantemente che vale la pena vivere, vivere bene, approfittare di ogni singolo raggio di sole. Il senso della libertà è vita.
Virginia terminò il colloquio e si incamminò per la sezione femminile. La sezione si distingueva per profumo di pulito e di donna. Ginevra l’aspettava.
L’aspettava per il solito sfogo, per lasciare che le lacrime sgorgassero lievi e continue, che il senso di colpa venisse per un attimo spazzato via. Ginevra era molto grande e aveva ancora diversi anni da scontare. Molti anni trascorsi nella sofferenza acuta, forse tutta la vita. Un marito non amato e violento, un figlio rinchiuso in manicomio, un altro sordomuto ed uno lontano. Ad un certo punto della sua vita i manicomi chiusero e il giovane figlio tornò a casa. Cominciò l’inferno per Ginevra, fragile e così dispersa nella vita da non riuscire ad affrontare la grave malattia mentale che attraversava suo figlio. Chiamò le istituzioni, chiese aiuto alla gente, ai parenti, e ancora ancora, urlò il suo dolore. Un aiuto esterno. Cercò in tutti i modi, un aiuto esterno. Che non venne mai. Un giorno disperato e triste, la solitudine e la disperazione prevalsero, un giorno maledettamente cupo, mise fine al suo calvario.
Soffocò suo figlio mentre dormiva e con lui tutte le sue ansie di madre sofferta, sconfitta. Sconfitta dal destino, dalla gente, dall’incapacità a resistere, a trovare soluzioni alternative, a fuggire abbandonando tutto.
Virginia ascoltò a lungo, lasciò scivolare le sue lacrime dentro di lei, la guardò negli occhi intensamente cercando di entrarle dentro per farla sentire meno sola.
Un colloquio, lungo, intenso sui sogni dispersi, sulla voglia costante di togliersi la vita per dimenticare eliminando la propria esistenza con un cancellino, come su una lavagna.
Una lavagna. La vita su una lavagna. Spazzata via.
La giornata era quasi finita. Tornò in ufficio Virginia. Con tante emozioni dentro. Una relazione comportamentale, la trascrizione dei colloqui, la programmazione dei colloqui del giorno dopo, i saluti ai colleghi e via.
Lasciati i vari portoni alle spalle i rumori, sordi, dei blindati, il sole arrivò a baciargli la fronte e la brezza del mare arrivò come felice raffica sul volto.
Si incamminò verso l’autobus, ma dopo alcuni minuti di attesa decise di passeggiare, raggiungere la propria abitazione .
La gonna di seta stampata le sfiorava le gambe facendola fremere e tentennare. Ancora un giorno sulla terra, un giorno splendido, di vita vissuta. Ancora un giorno di preziosi “sentire”.

Virginia e il suo lavoro, Virgina e le sue donne, Virginia e i suoi figli, Virginia e i suoi 40 anni, Virginia e i suoi mille racconti ancora da scrivere.
Pubblicato da Gloria Gaetano a 05:26
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1 commento:

Gloria31 maggio 2012 05:35
Alma è scrittrice, sceneggiatrice, poeta. Nei suoi testi sono raccolti spesso tutti i sogni, le preoccupazioni, le gioie della giornata di una donna. E’ riflessione su tutte le attività femminili, espressioni di affetti e cure per tutti i suoi cari. Una vita di lavoro, di scrittura, di teatro. Una complessa esistenza al femminile,molto diversa da quelle al maschile, che non cerca il successo, ma il NOI. Appaiono anche evidenti le contraddizioni esperenziali, il pensiero che si forma attraverso l’ascolto del suo lavoro in carcere con altre donne. E tutto procede, come direbbe Lella Ravasi:di cerchio in cerchio.Un cerchio che non si chiude mai….wanderer

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