Fabrizia Ramondino Athenopis

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Fabrizia

La incontravamo spesso, io e Laura, mentre andavamo dalla scuola media Fiorelli, a gustarci le pizzette di Moccia. Ferma , davanti al Liceo Umberto, parlava sempre con  ragazzi e ragazze, Lei, già con le lunghe gonne fiorate, i bei capelli castano-dorato sciolti. Ci appariva già adulta, vivace, con tante amicizie. Laura mi diceva:- Vedi  quella è Fabrizia, fa già politica , lavora presso una mensa di poveri!- Era la Mensa dei bambini proletari fondata da Goffredo Fofi. Si capiva che Laura l’ammirava , ma io mi sentivo troppo bambina, ignorante , presa dalle mie fantasie infantili.

Intorno a casa mia avevo tutto: il Liceo Umberto, che avrei  frequentato, la scuola media Fiorelli, Moccia con le pizzette , i negozi di alimentari dove mia madre faceva la spesa, i bar, i ragazzini  in gruppo a via Carducci.

Tutto un mondo, il mio mondo.

Passò il tempo, fondai la Società napoletana di cultura , insieme a molti miei amici e compagni di scuola. Un giorno mi chiesero di andare a casa di Fabrizia per cooptarla nella nostra associazione. Telefonai a Laura e le chiesi l’indirizzo. Fu così che mi trovai  a Cisterna dell’Olio, a casa di Fabrizia, in una grande cucina vecchiotta , in legno, con tanti bambini che mangiucchiavano, disegnavano intorno a un grande tavolo. Mi sedetti anch’io e cominciai a esporle il progetto della società, le conferenze di celebri  attori e scrittori, studiosi universitari, che discutevano di autori come Brecht, Kafka, Camus, Calvino, Moravia. Raramente si parlava di scrittrici. Qualche rara volta,quando si esaminava l’opera di Moravia, si accennava alla Morante. Fabrizia non volle aderire, spiegando che lei era un’anarco-socialista, che non le interessavano gli intellettuali liberali . Fu allora che mi sentii fredda, diversa, con una vita già prefigurata, di studiosa, poco partecipe della vita attiva. Ma liberale, no. Avrei dovuto capire: i miei amici erano così, ma io già pensavo a un mondo che doveva cambiare. E per un mondo in trasformazione, la cultura letteraria codificata non mi bastava più.

Un giorno, dopo molto tempo, mi telefonò Laura. Mi disse:-Gloria, Fabrizia è ospite da me, vuole scrivere  un libro su Napoli, sul rapporto con la madre. Perché non vieni a darci una mano? –

Ero emozionatissima, anche se non sapevo  quale tipo di aiuto avrei potuto dare. Le mie lezioni universitarie  vertevano su un programma letterario  storicizzato. IL verismo, la lingua dei veristi, il naturalismo di Zola , i recenti scrittori italiani e stranieri.

Ma presi il mio taccuino su A.M. Ortese e andai alla Riviera di Chiaia, a casa di Laura. Nel salotto -studio trovai una donna magrissima, minuta, con capelli grigi, una gonna stretta e una camicetta. Non la riconobbi, tanto era minuta. Ma capii che era lei. La osservai un attimo in silenzio mentre era immersa nella lettura di tante carte sparse sulla scrivania, -Ciao, Fabrizia.  Alzò la testa , mi guardò, si alzò in piedi –Ciao Gloria, sapevo che saresti venuta. Laura me l’aveva detto. Sono nel bel mezzo di un’impresa che ho accettato di compiere: figurati, un libro per l’Einaudi.

Pensai alla grande casa editrice che aveva pubblicato tanti libri importanti per la nostra storia letteraria e per la mia formazione , la vecchia Einaudi, quella di Calvino, Ginzburg, Pavese  e tanti altri. Mi sedetti accanto a lei, che mi espose il suo progetto di libro su Napoli e sul suo rapporto con la Madre. Io, a mia volta, le feci vedere i miei appunti sulla Ortese. Mi disse- Amo molto la Ortese, la conosco , mi piace il suo modo di scrivere, onirico, surreale, e poi anche lei conosce lo spagnolo, Capii, dunque , che il vero legame con Anna Maria Ortese era l’ispanità, la lingua , le parole . Dopo aver sfogliato un po’ il suo taccuino(così amava c hiamare il suo quaderno su Athenopis), insieme con altri che contenevano tante citazioni e spunti, ricerche etimologiche e tanto tanto altro, le chiesi:

-Come intendi organizzare questo materiale, in senso temporale, diacronico, o in altro modo?

– No, il tempo della mia infanzia-adolescenza è un unicum, per me. Intendo dividerlo per temi, luoghi, paesaggi, spazi, interni ed esterni. In ogni spazio c’è una narrazione. Le chiamerei ‘narrazioni’, in cui si inseriscono personaggi, pensieri, colori, suoni, odori.

Tra le pagine degli appunti mi colpirono delle parole elencate, in ordine-mi disse-del tutto casuale. Intendeva ordinarli e inserirvi poi altri luoghi persone etc.

Forse avrebbero potuto trasformarsi in titoli di capitoli: S.Maria dal mare, Le case degli zii,Bestelle dein House cantata .106 di Bach)

E ancora la casarella, la piazza, le ville etc  Poi la pianta di casa, il salotto, la camera da pranzo, i nomi degli zii etc.

Mi soffermai sul salotto, la disposizione ordinata e tradizionale dei mobili e degli oggetti. Un salotto che rimaneva chiuso e in cui entravano zii e nipoti, che restavano seduti, controllati, nelle poltrone, sul divano, che Fabrizia chiamava un’idea di sedia, mentre alle pareti giacevano appesi, idee di quadri. E il tutto non era vissuto, deteriorato come le sedie e gli altri mobili della casa, i quali, invece, non erano un’astrazione ma un segno della concretezza del vivere quotidiano.

Già gli appunti dei taccuini mi piacevano, immaginai il resto. Ma quello che potevo  completare era un mio libro immaginario e non il suo.

Quando nell’81  lessi Athenopis, era un’altra cosa, con una sintassi diversa, una scrittura elegante, magistrale, una personalizzazione-oggettivazione del ricordo completamente inattesa e suggestiva., intensa ma mai enfatica o troppo ricca di metafore e aggettivi. Una scrittura elegante, maestosa, un fluire controllato di parole e di chiarezza di immagini, le forti emozioni raffreddate dalle liste, dagli elenchi di oggetti, di descrizioni di luoghi, che trasformavano le narrazioni autobiografiche in oggettive rappresentazioni quasi scene del teatro di un arco di vita.

Dei due pomeriggi trascorsi con lei mi rimase il suo volto  intelligente, ma privo di sorrisi, di allegria. Non aveva niente della ragazza incontrata anni fa, così appassionata vivace empatica e comunicativa.

Non la rividi più, ma un giorno lessi su un giornale della sua morte avvenuta nel mare vicino a Itri, per una malore sopraggiunto mentre nuotava.

Il libro Athenopis uscì nel 1981, caratterizzato, nel contenuto,  da un conflitto tra due spinte:una centrifuga, sognatrice, visionaria, e un’altra centripeta, potremmo dire di carattere etico, volta alla comprensione, alla chiarificazione. Capii subito che si trattava di un libro importante, con caratteristiche innovative sul piano del metodo narrativo, scritto in  un genere di confine tra narrazione e saggio.

La forma, ormai diffusa dell’autobiografia femminile, veniva suddivisa nello spazio, senza una disposizione soggettivo-temporale, che è poi l’ordine della Recherche proustiana, ma di una continuità che non tende alla nostalgia, ma alla messa in luce da descrizioni paesaggistiche, da tableax  che dispongono   la ricerca  verso  una conoscenza, a una scoperta cognitiva dell’esperienza familiare.

Pertanto l’autobiografia è senza racconto, mentre l’architettura geometrica degli spazi raccoglie l’esistenza delle persone e la disposizione degli avvenimenti nei luoghi. Negli episodi di vita risaltano i personaggi: la zia Callista, lo zio Alceste e tanti altri.

Il salotto, sempre chiuso e riparato dall’usura del tempo, si può riempire improvviso  di ragazzini, mentre altrove  i tovaglioli  i piatti, le sedie, tutto si può rompere e sporcare.

E’ la vita, il tempo che  mette tutto sottosopra.

I fanciulli, intimidi dal sacrario di sedie divani e poltrone nel salotto , siedono compiti, come si trovassero ad occupare un’idea di sedia, di poltrona, pensosi e tranquilli come non mai, nella loro astratto luogo di meditazione , mentre nel passaggio alla sala da pranzo tutto diviene vivace, si mangia, si fa uso di bibite, ci si alza, si gira per la stanza.

Nelle molte note a piè di pagina in cui l’autrice interviene con commenti, parziali spiegazioni linguistiche o filologiche, fantasiose glosse: «Le visioni, che sono verità rivelate, come le ossessioni, che sono verità non ancora rivelate, non si possono dimenticare. Né però spiegare»

Si spostano tazze bicchieri, sedie usurate. Tutto è in metamorfosi,il testo si dilata «come una pianta che crescesse a dismisura».

È questo io che con pazienza spiega al lettore i termini castigliani o partenopei del suo lessico famigliare (l’autrice ha vissuto la prima infanzia a Maiorca), o che, fingendo di chiarire, confonde le acque dell’etimologia che trasforma Napoli in Althénopis, in un lungo gioco di toponomastica creativa, o che, ancora, sceglie di intervenire spumeggiante e caustico con una postilla storica o culturale

In Althénopis  la città  compare più che altro a sprazzi, così come la guerra resta soprattutto un’eco; Napoli è perlopiù lo sfondo in lontananza, ma è la città che sempre definisce per contrasto lo spazio circostante.

Con uno scrivere che ama spingersi ai limiti della sintassi, usando le parole come uno strumento abituale

Infine, Althénopis è una successione di quadri ,di scene– il cui tono allegorico è sottolineato, come già detto, dalle lettere maiuscole – . Il romanzo si chiude con  la morte della Madre, la quale trapassa «come un capo tribale».

Questa però è soltanto la chiusa di un libro che racconta piuttosto «quelle lunghe stagioni infantili, – come opportunamente si ricorda in quarta di copertina, con le parole di Natalia Ginzburg – che parevano eterne ma sospese nella perenne attesa d’uno scompiglio, d’uno sgombero, d’una partenza, d’un prossimo esilio»; stagioni spesso del colore dell’estate, che in napoletano è la ‘Stagione’, forse perché è il tempo  in cui tutto può succedere.

Ritorniamo dunque all’autocommento , che in Athenopis è proprio un apparato e anche come un secondo testo, fortemente, che arricchisce e completa il primo. Infatti tutte le chiose si pongono in rapporto dialettico con il tessuto geografico con la narrazione o le narrazioni, costituendo nuove brevi racconti a parte, note  parodistiche, riscritture, fornendo cornici, citazioni, radici etimologiche, a volte anche falsi documenti e manoscritti possibili. Insomma tutto l’apparato crea altri livelli di lettura e di rafforzamento del racconto estremamente piacevoli e gustosi. Fabrizia stessa si considera nel contempo scrittrice e critica, integrando frequentemente la trama dei ricordi infantili e giovanili, quasi per non farsi sfuggire qualcosa della favolistica stagione delle memorie lontane del secondo livello di agenda, diario dell’infanzia.

Con tutte le note, le visioni c’è in quest’ultima parte la solennità della musica di Bach e, sempre con i  capitoli in modo tematico, il tessuto narrativo regge nella sua tripartizione, e nelle sue divisioni in capitoli-luoghi.

Tutti gli eventi , le descrizioni  e i personaggi   vengono contenuti in queste articolazioni separate. Il che poi corrisponde in forma ordinata e curata ai contenuti dei taccuini.

L’ultimo capitolo, scritto al suo ritorno dal Nord, s’intitola Bastelle dein Hause (prepara la casa), dal titolo della cantata 106 di Bach. Si avverte che Fabrizia è tornata, che sa della malattia grave della madre, è tornata per starle vicina per preparare la casa all’evento, in cui sentirà e scoprirà qualcosa di disvelante del mistero della nascita e del suo rapporto complesso con la Madre. E Fabrizia si prepara spiritualmente, cognitivamente, al primo-ultimo atto cui non può sfuggire alcun ‘nato di donna’. E c’è in questo atto di conoscenza la solennità della musica di Bach, la sua preparazione, quella del letto, lo sguardo attento e vigile, la volontà di entrare in relazione con la madre. Prepara la tua casa..

La voce della Madre, voce chiara ammonitrice, non volo di colomba o di pipistrello, come forse Fabrizia si aspettava, disse chiaramente “Sono una bambina..”, mentre la bambina che non era mai stata usciva con quelle parole e con quel gesto, che sembrava l’ultimo segnale di un capo tribale.

Quel gesto che entrasse nell’animo di chi le era accanto, affinchè vedessero la vita altri nati di donna. Scena magnifica e, insieme, un po’ troppo istintuale bestiale, come ad indicare da dove viene la vita, da dove esce il figlio di donna. E questo bastava. Era tutto. La Madre era morta.

Ma tipica di Ramondino è la capacità di collegare strettamente la propria personale rielaborazione di un trauma, quale quello della guerra, a un romanzo del divenire: perché di una storia si parla, nei suoi tratti costitutivi e nelle sue protagoniste: la nonna, la madre, la figlia e voce narrante.

La stessa lingua,  magnifica nella sua limatissima eccedenza, tra napoletano e «spagnolesco» e costellata di note di spiegazione e commento, è protagonista anch’essa dell’opera, a sottolineare ancora una volta il legame stretto con il dato costitutivo della lingua dell’esperienza, di una formazione che certo non si conclude con l’approdo all’età adulta, del divenire di una vita che si inoltra nella vecchiaia, nel suo patire, nell’amore lucido e disincantato della Figlia per la Madre – che alla fine si scioglierà nell’eterno divenire di morte affinché vita sia.

Il  romanzo Athenopis , nelle tre parti,in cui è diviso apre con l’apparizione folgorante, numinosa, di una vecchia sempre vestita di nero e avvolta da vivaci fiamme variopinte, còlta mentre attraversa con incedere impetuoso, disordinato eppure ancora erotico, la piazza del paese. È la nonna della narratrice, uno dei personaggi più attraenti del romanzo, indimenticabile quando smette di occuparsi dei poveri e sceglie di dedicarsi alla cucina, mettendo a soqquadro mezza casa e inaugurando una festa di creme favolose, fritti e millefoglie, per la gioia dei nipoti e la rabbia degli adulti, costretti alla parsimonia dalla guerra. La sua entrata in scena è una visione numinosa, che sembra lasciare scie di baluginii e di svolazzanti stoffe. Si chiude, infine con la morte della Madre, la persona per cui Fabrizia è tornata, che vuol assistere fino alla fine per poter rimettere in ordine la sua vita.

Tutto lo spazio narrante, riempito di architetture, di odori, colori, giardini, piante di salotti e cucine, visioni, persone, di voci di bambini è perfettamente calibrato e posto lì dove Fabrizia voleva che rimanesse nella  sua memoria.

Dopo aver dato forma al caos dei ricordi, dopo aver riempito gli spazi narrativa, e assistito la Madre, Fabrizia può ripartire verso quei viaggi intorno alle isole, dai quali poter tornare in quel suo ‘star mai veramente di casa.’

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